Un caso esemplare di costruzione mitologica e il suo smontaggio
1. Ottocento anni dalla morte di Francesco d’Assisi, e il rumore copre ogni voce.
Il 2026 è l’anniversario degli ottocento anni dalla morte di Francesco d’Assisi, e da quando il centenario si avvicina si è scatenata una cosa che assomiglia più a una fiera che a una commemorazione. Ognuno tira Francesco per il saio dalla propria parte. Ognuno lo trasforma in conferma delle proprie idee preconfezionate. E così abbiamo Francesco animalista, Francesco ecologista ante litteram, Francesco anarchico evangelico, Francesco anticapitalista, Francesco precursore del dialogo interreligioso, Francesco pacifista, Francesco antiautoritario. Sul versante devozionale abbiamo il santino mansueto con uccellini sulla spalla, il mendicante gioioso, il poverello d’Assisi pronto a confortare ogni inquietudine borghese contemporanea. E sul versante esoterico, che è quello che mi interessa qui, abbiamo un Francesco ancora più affollato di travestimenti.
Negli ultimi cinquant’anni si è progressivamente costruita una letteratura esoterica intorno alla figura di Francesco d’Assisi che lo presenta come iniziato segreto, mago, sciamano, depositario di una conoscenza occulta che la Chiesa cattolica avrebbe nascosto. Questa letteratura si articola in libri, conferenze, trasmissioni televisive, podcast, canali YouTube, articoli sul web, ed è oggi abbastanza diffusa nei circuiti del cosiddetto benessere spirituale italiano da costituire un fenomeno culturale rilevante. Chi cerca informazioni su Francesco oggi, soprattutto se non si rivolge specificamente alla storiografia seria, incontra con probabilità alta una versione esoterica della sua figura prima di incontrarne una versione storica rigorosa.
Questo articolo affronta direttamente quella letteratura, prendendo le sue tesi tipiche come oggetto di analisi metodica. Non viene preso di mira nessun autore specifico, perché il problema non è il singolo divulgatore ma il modo di pensare che attraverso molti autori e molti canali si è progressivamente diffuso.
Le tesi che vengono smontate nelle pagine successive sono patrimonio comune di un’intera corrente.
Si trovano nei libri, nei video, nelle conferenze, nei podcast, e ciascun lettore le avrà incontrate, sotto formulazioni diverse ma con struttura concettuale identica, nei vari materiali che oggi circolano sulla figura di Francesco. Il discorso che segue, dunque, non è polemica contro qualcuno.
È analisi di un metodo, e attraverso il metodo di un modo di leggere il passato che richiede di essere riconosciuto per quello che è — costruzione mitologica retrospettiva priva di appoggio nelle fonti, funzionale alla legittimazione del corridoio esoterico contemporaneo attraverso la sua proiezione nei secoli.
Lo smontaggio che segue procede per dodici tesi, ciascuna identificata come posizione specifica della lettura esoterica, e ciascuna affrontata con argomenti documentati. Alla fine, vengono nominati i principi metodologici comuni che attraversano l’intero discorso, perché il lettore possa applicare lo stesso metodo ad altri casi analoghi che incontrerà nei circuiti spirituali contemporanei.
L’obiettivo non è distruggere la libertà di pensiero di nessuno, ma offrire strumenti perché quella libertà si eserciti su materiale verificato e non su costruzioni mitologiche.
2. Prima tesi — Francesco era un mago
La tesi sostiene che Francesco fosse un mago, anzi uno dei maghi più potenti di tutti i tempi. La giustificazione passa attraverso una pseudo-equivalenza fra magia e religione, secondo cui le due categorie sarebbero artificialmente separate dalla cultura cattolica per ragioni di monopolio spirituale, mentre in realtà sarebbero lo stesso fenomeno sotto nomi diversi. Francesco, in quanto operatore di miracoli e portatore di una spiritualità potente, sarebbe quindi qualificabile come mago nel senso più alto del termine.
L’argomento non regge alla verifica storica delle categorie.
La distinzione fra magia e religione è stata sviluppata con precisione dalla storia delle religioni del Novecento, ed è distinzione strutturale, non polemica confessionale.
Marcel Mauss, nel Saggio su una teoria generale della magia del 1902-1903, ha mostrato che la magia opera per coercizione di forze occulte attraverso tecniche prestabilite, mentre la religione opera per relazione devozionale con un’alterità sacra riconosciuta come superiore.
Émile Durkheim, nelle Forme elementari della vita religiosa del 1912, ha confermato la distinzione articolandola sul piano della funzione sociale.
Ernesto De Martino, in Religione e magia e nei lavori sull’etnologia del Sud Italia, ha mostrato come anche in contesti culturalmente intrecciati le due categorie restino fenomenologicamente distinguibili. La magia tratta il sacro come strumento, la religione tratta il sacro come fine. Sono operazioni opposte sul piano della relazione con l’alterità.
Francesco, leggendo i suoi scritti autentici raccolti nell’edizione critica degli Opuscula Sancti Patris Francisci Assisiensis di Kajetan Esser (1976), non opera mai per coercizione di forze. Non possiede tecniche magiche, non recita formule per ottenere effetti, non manipola simboli per produrre eventi. Opera per dedizione totale a una figura divina personale, Cristo, attraverso preghiera, povertà, predicazione, esempio. È grammatica devozionale, non operazione magica. Chiamarlo mago significa applicare retroattivamente una categoria che non gli appartiene, attraverso esattamente quel tipo di riappropriazione che il presente libro ha già documentato come pratica costante dei circuiti esoterici verso le figure religiose del passato.
Il fatto che chi sostiene la tesi citi come prova l’opinione di un’amica personale, che potrebbe essere a sua volta maga e/o sensitiva, secondo cui Francesco sarebbe ovviamente un mago, è disarmante sul piano metodologico.
L’opinione di un’amica non è argomento.
È chiacchiera da salotto, e tale resta indipendentemente dalla qualità personale dell’amica. Anzi, tale affermazione mette in evidenza la sottomissione psichica a una realtà altra da sé che si fonda unicamente sul bere da quella fonte inconsapevolmente. Una leggerezza assai discutibile quando si porta un’informazione a chi desidera ricevere qualcosa di vero e non di artefatto e deviato dalle proprie fragilità.
3. Seconda tesi — la Chiesa cattolica come praticante di magia nera
La tesi sostiene che la Chiesa cattolica avrebbe praticato magia nera attraverso il culto delle reliquie, con smembramento di cadaveri santi, conservazione di dita, teste, ossa, utilizzate come talismani per acquisire potere personale.
Esempi citati: il cardinale Ugolino che portava al collo il dito di una santa per non bestemmiare, la testa di Santa Caterina staccata dal corpo per ordine pontificio, le reliquie della Maddalena distribuite fra varie basiliche, le donazioni di frammenti di San Pietro operate da Paolo VI e da Papa Francesco.
La critica al culto delle reliquie come pratica problematica è in sé legittima e storicamente documentata dalla storiografia accademica.
Patrick Geary, in Furta Sacra: Thefts of Relics in the Central Middle Ages del 1978, ha ricostruito il complesso sistema di traffico, furto e commercio di reliquie nel Medioevo europeo.
Caroline Walker Bynum, in Christian Materiality: An Essay on Religion in Late Medieval Europe del 2011, ha analizzato la teologia della presenza corporea che sosteneva quel culto.
Sono studi rigorosi che mostrano effettivamente lati problematici della pratica.
Ma chiamarla magia nera è scivolamento concettuale grossolano.
Magia nera, nel suo senso tecnico definito dalla storia delle religioni e dall’antropologia, indica pratiche rituali finalizzate a danneggiare altri o a coartare forze occulte attraverso violazioni deliberate dell’ordine simbolico.
Il culto delle reliquie è cosa diversa.
È feticismo religioso ad alta intensità, costruzione di una teologia della presenza corporea del sacro, sviluppo della dottrina della comunione dei santi.
È criticabile teologicamente, antropologicamente e dal punto di vista del rispetto dei corpi, ma non è magia nera nel senso tecnico del termine. La sovrapposizione delle categorie serve a costruire una narrativa accusatoria globale contro la Chiesa, ma non regge alla verifica filologica delle pratiche stesse.
Il cardinale Ugolino che portava il dito di una santa non praticava magia nera. Partecipava di una pratica devozionale medievale ampiamente diffusa, criticabile certo, ma sempre dentro una grammatica cristiana esplicita, non in un contesto rituale magico cosciente. La distinzione è importante perché ridurre tutto a magia nera permette di costruire un quadro polemico semplice, ma cancella le differenze strutturali fra dispositivi simbolici che storicamente hanno funzionato in modi diversi.
4. Terza tesi — gli episodi miracolosi come prove di poteri magici
La tesi sostiene che i miracoli attribuiti a Francesco nelle fonti agiografiche — in particolare la visione del carro di fuoco riportata da Tommaso da Celano e Bonaventura, e le bilocazioni come l’apparizione al capitolo di Arles — siano prove storiche dei suoi poteri magici.
Chi sostiene questa tesi respinge esplicitamente l’idea, attribuita alla storiografia accademica e in particolare ad Alessandro Barbero, secondo cui questi episodi sarebbero stati inventati per dare credibilità al santo.
Qui si manifesta una contraddizione metodologica che merita di essere nominata esplicitamente, perché attraversa tutta la letteratura esoterica su Francesco. Chi sostiene che la Chiesa abbia falsificato la figura di Francesco — cancellando il suo presunto messaggio esoterico e riscrivendolo come santo addomesticato — dovrebbe coerentemente trattare con sospetto tutte le fonti agiografiche prodotte sotto controllo ecclesiale. Eppure, quando si tratta dei miracoli, le stesse fonti che dovrebbero essere sospette diventano improvvisamente attendibili. Il carro di fuoco di Tommaso da Celano e le bilocazioni di Bonaventura vengono accettati come fatti storici verificati.
Perché?
Perché servono alla narrazione del Francesco mago.
Senza di essi, la tesi del Francesco potente operatore di prodigi crolla immediatamente.
È metodologia opportunistica, che accetta dalle fonti solo quello che serve alla propria tesi e rigetta tutto il resto.
La storiografia accademica seria, da Chiara Frugoni a Jacques Dalarun, da André Vauchez a Raoul Manselli, tratta questi episodi miracolosi come materiale agiografico costruito a posteriori secondo precisi schemi narrativi della letteratura cristiana sui santi.
La loro presenza nei testi è dato letterario sulla costruzione del santo, non dato biografico su Francesco. Come ho già detto, Tommaso da Celano scrive la Vita Prima nel 1228-1229 su commissione di Gregorio IX, in funzione della canonizzazione già avvenuta.
Bonaventura scrive la Legenda Maior nel 1260-1263 su incarico del capitolo generale di Narbona, in funzione della normalizzazione dell’ordine.
Entrambi scrivono dentro generi letterari che richiedono determinati episodi prodigiosi per validare la santità del soggetto. Trattare quei testi come cronaca storica significa ignorare un secolo di storiografia critica sulle fonti agiografiche.
5. Quarta tesi — il confronto con maestri moderni come Rol e Yogananda
La tesi sostiene che fenomeni analoghi a quelli attribuiti a Francesco siano documentati in tempi recenti per figure come Gustavo Adolfo Rol e Paramahansa Yogananda, e che questa documentazione recente proverebbe la realtà storica anche dei fenomeni medievali.
A sostegno della tesi viene affermato che migliaia di persone hanno frequentato Rol, inclusa la regina d’Inghilterra che sarebbe venuta apposta dall’Inghilterra per farsi consigliare in segreto.
L’affermazione sulla regina d’Inghilterra che si sarebbe recata da Rol è esempio paradigmatico di costruzione mitologica retrospettiva intorno a una figura.
Non esistono fonti primarie verificabili, fotografie, testimonianze documentate, articoli giornalistici contemporanei o memorie del personale di corte che attestino visite della regina Elisabetta II a Gustavo Adolfo Rol a Torino.
La storia circola nei circuiti esoterici italiani come leggenda, viene ripetuta da divulgatori che la riprendono uno dall’altro senza mai verificare la fonte primaria, ed è diventata col tempo parte del mito di Rol. È esempio perfetto del meccanismo classico delle leggende esoteriche, dove ogni affermazione viene rinforzata da appelli a testimoni illustri non verificabili.
Il metodo è quello del pettegolezzo intellettualmente sofisticato. Si afferma che un personaggio prestigioso (la regina, un papa, un capo di stato, un grande scienziato) sarebbe in segreto interessato alla figura X.
La segretezza dell’incontro impedisce per definizione la verifica. Il prestigio del personaggio convalida la figura X per associazione. La struttura argomentativa è circolare e immunizzata contro la falsificazione, perché chi chiede prove viene rimandato alla segretezza dell’incontro stesso.
Quanto al confronto con Yogananda, una nota onesta merita di essere ripresa. Anche all’interno della letteratura esoterica si riconosce talvolta che Yogananda diceva ai propri discepoli di badare ai suoi insegnamenti, non alle cose straordinarie che poteva fare.
Esattamente.
I maestri reali hanno sempre saputo che i fenomeni straordinari sono distraenti, e che i loro insegnamenti hanno valore indipendente da essi.
Il punto è decisivo.
Francesco non ha lasciato insegnamenti di levatura paragonabile a quelli di Yogananda, perché non aveva la cultura per farlo, non aveva la formazione filosofica e metafisica della grande tradizione vedica, non possedeva né il sanscrito né le categorie speculative dell’induismo.
Quindi l’analogia non regge sul piano dei contenuti dottrinali.
Resta solo sul piano dei fenomeni, che è esattamente il piano che Yogananda stesso invitava a non sopravvalutare.
L’uso di Yogananda per validare Francesco è quindi auto-contraddittorio rispetto al pensiero stesso di Yogananda.
Chi lo cita non l’ha letto fino in fondo, o non l’ha capito.
6. Quinta tesi — Francesco in contatto con l’entità del Cristo
La tesi sostiene che il potere spirituale di Francesco derivasse dall’essere in contatto con un’entità del Cristo, descritta come l’entità più potente sulla faccia della terra. Questa entità si sarebbe manifestata storicamente in diversi soggetti — Gesù di Nazareth, Francesco d’Assisi, eventualmente altri — trasferendosi da un veicolo all’altro nella storia.
La fonte dottrinale citata è il Cerchio Firenze 77, gruppo di canalizzazione fiorentino attivo dagli anni cinquanta agli anni ottanta del Novecento, le cui rivelazioni medianiche sarebbero la chiave per comprendere la natura cristica di Francesco.
L’idea dell’entità del Cristo trasferibile fra individui storici è costruzione esoterica novecentesca, non dato verificabile né dottrina condivisa nella storia delle religioni.
Prima voglio definire il fenomeno canalizzazione tanto caro alla new age e similari.
Il saggio non canalizza. È sé stesso. Punto.
C’è una cosa che va detta con la durezza necessaria, perché tocca un dispositivo che oggi è diffuso fino al ridicolo nei circuiti spirituali italiani, e che produce danni reali sulle persone che vi si lasciano prendere.
La canalizzazione, in tutte le sue forme contemporanee — entità che parlano attraverso medium, maestri ascesi che dettano insegnamenti, voci di altri piani che si manifestano attraverso individui particolarmente sensibili, guide spirituali che si fanno sentire dentro la testa di qualcuno disposto ad ascoltarle — non è prova di saggezza. È fenomeno di occupazione. E le due cose sono opposte, anche se la cultura corrente le scambia continuamente.
Vediamo perché.
La saggezza, intesa nel senso forte del termine, è il prodotto di un’Essenza che è arrivata al lavoro nel mondo. Un uomo saggio è un uomo che ha fatto il lavoro su di sé necessario perché ciò che lui è strutturalmente possa esprimersi senza interferenze nella propria specifica situazione storica e biografica.
Quando parla, parla lui.
Quando agisce, agisce lui.
Quando insegna, insegna a partire dalla propria specifica via, che ha costruito personalmente attraverso decenni di lavoro, di errori, di correzioni, di sostentamento della solitudine necessaria, di attraversamento della disperazione strutturale di chi cerca per conto proprio.
La sua parola è sua.
La sua presenza è sua.
La sua intelligenza è sua.
È quella la firma del saggio reale.
Tutto in lui è suo, ed è proprio per questo che la sua presenza vivifica chi gli sta intorno invece di consumarlo.
Il canalizzatore opera nel modo esattamente opposto.
Quando parla, non parla lui.
Parla qualcun altro attraverso di lui. Un’entità di nome Seth, una maestra ascesa di nome Saint Germain, una guida cosmica di nome Kryon, un’entità del Cerchio Firenze 77, un essere di luce della sesta dimensione, un arconte gnostico travestito da angelo, un maestro asceso di scuola teosofica.
I nomi cambiano a seconda della scuola, ma la struttura è sempre la stessa. Il soggetto si dichiara veicolo di qualcos’altro che parla attraverso di lui.
La saggezza apparente che ne risulta non è sua.
È prestata. È occupazione di uno spazio interiore che è stato volontariamente reso disponibile.
Questo è esattamente l’opposto della saggezza.
Un essere umano saggio non ha bisogno di entità che parlino attraverso di lui, perché ha già la propria Essenza al lavoro che parla con voce propria. Un essere umano che ha bisogno di entità che parlino attraverso di lui sta dichiarando, senza saperlo, di non avere ancora un proprio fondo abbastanza presente da poter parlare.
Sta cercando una fonte di legittimazione esterna perché quella interna non c’è ancora, o non è ancora stata trovata.
E qui sta il dispositivo tossico.
La cultura new age contemporanea ha rovesciato completamente il criterio di valutazione. Ha trasformato la canalizzazione in segno di saggezza, quando è segno del suo contrario. Ha trasformato il medium in maestro, quando il medium è esattamente chi rinuncia alla propria maestria per essere veicolo di qualcosa che la maestria gliela fa solo sognare. Ha trasformato l’occupazione in vocazione, quando l’occupazione è cancellazione e la vocazione è la propria Essenza che chiede di essere ascoltata, non sostituita.
La differenza si misura su un criterio operativo semplice.
Davanti a chi ti propone una saggezza, chiediti: parla lui, o parla qualcun altro attraverso di lui? Se parla lui, vai avanti ad ascoltarlo, perché potresti essere davanti a un essere umano reale che ha qualcosa di proprio da dirti. Se parla qualcun altro attraverso di lui, fermati.
Quello davanti a te non è un maestro. È un canale, e quel che ti sta arrivando attraverso il canale non è saggezza, è materiale di provenienza non verificabile prodotto da una psiche che ha perso il proprio centro e si è aperta all’occupazione di qualcosa che non sa nemmeno bene cosa sia.
I maestri reali della storia, quelli che hanno vivificato sé e gli altri, non hanno mai canalizzato. Ramana Maharshi era sé stesso. Krishnamurti era sé stesso, e anzi rifiutò esplicitamente di essere il veicolo dei Maestri della Saggezza che la Società Teosofica voleva farne. Ibn ‘Arabī era sé stesso. Eckhart era sé stesso. Plotino era sé stesso. Aurobindo era sé stesso. Quando parlavano, parlavano loro. Quando insegnavano, insegnavano a partire dalla propria specifica intuizione, costruita attraverso decenni di lavoro proprio, articolata nella propria specifica lingua, applicata alle proprie specifiche condizioni storiche. La loro saggezza era loro. È quella la firma del saggio reale.
Chi canalizza, sotto qualunque nome si presenti, sta facendo cosa diversa, e va riconosciuto per cos’è. Sta dichiarando di non avere una propria voce, e sta riempiendo quel vuoto con voci di provenienza incerta che producono il materiale che la cultura new age ha imparato a consumare come spiritualità.
È spiritualità di seconda mano, prodotta da soggetti che non hanno ancora trovato la propria prima mano. E come tutta la materia di seconda mano, lascia chi la consuma allo stesso livello di chi la produce.
Cioè senza voce propria.
Cioè senza saggezza reale.
Cioè in attesa permanente che qualcun altro, anche solo un’entità invisibile attraverso un medium, dica loro chi sono e cosa devono fare.
Il saggio non canalizza. È sé stesso. Punto.
E proprio per questo, davanti al saggio, anche tu sei spinto a diventare te stesso, invece di restare in attesa di qualcun altro che parli al posto tuo. È il criterio operativo finale, ed è l’unico che distingue il maestro reale dal dispositivo travestito da maestria.
E qui occorre fare una precisazione decisiva, perché altrimenti il discorso sembrerebbe negare la realtà dei contenuti che attraverso la canalizzazione effettivamente arrivano, e non è questo il punto.
Le cose che un’entità dice attraverso un medium possono essere anche meravigliose. Possono contenere intuizioni potenti, informazioni inattese, descrizioni di dinamiche profonde della realtà psichica e spirituale. Possono in alcuni casi risultare corrette dopo verifica, predizioni che si avverano, descrizioni di persone o di eventi che il canalizzatore non poteva ragionevolmente conoscere per via ordinaria.
Su questo è inutile fare gli scettici a oltranza.
Il fenomeno paranormale, in molte sue forme, è realtà osservabile, documentata da ricerche serie quando viene studiato con metodo, e non si liquida con tre alzate di spalle razionalistiche.
Ma il punto non è questo.
Il punto è esattamente l’opposto di quel che la cultura new age fa con questi fenomeni. Davanti a un’informazione che si rivela corretta dopo verifica, davanti a una coincidenza significativa fra ciò che l’entità ha detto e ciò che poi è accaduto, davanti a una conoscenza esibita che il canalizzatore non poteva avere per via ordinaria, la reazione corretta non è la meraviglia entusiastica seguita dalla deduzione che davanti a noi c’è un potere superiore alla normalità umana. La reazione corretta è la cautela accresciuta, perché proprio l’apparente verificabilità della cosa è ciò che fa scattare la trappola.
Ed è qui che il pensiero del cercatore vero deve fare un passo che la cultura new age non fa mai. Fermarsi alla meraviglia della coincidenza e trasformarla immediatamente in evidenza di potere sovrumano è operazione mentale che richiede un attimo.
È riflesso quasi automatico.
Ma se ci si ferma a pensare, ci si accorge che proprio in quel salto c’è qualcosa che non torna. Perché se davvero davanti a noi ci fosse potere sovrumano, di umano non ci sarebbe più nulla, e l’evidenza dovrebbe allertare invece che entusiasmare.
Un essere umano integro, davanti a qualcosa che ha già perso la condizione umana, dovrebbe percepire un brivido di estraneità, non un’emozione di adorazione. L’entusiasmo infantile che invece scatta nei consumatori di canalizzazioni dichiara, senza saperlo, che chi prova quell’entusiasmo non si è chiesto cosa significhi davvero avere davanti qualcosa che umano non è.
Si è fermato all’effetto meraviglioso, ha consumato la coincidenza come si consuma uno spettacolo, e dalla coincidenza si è lasciato condurre verso la sottomissione, scambiando la sottomissione per riconoscimento spirituale.
Quello che sto dicendo qui, voglio chiarirlo prima di andare avanti, non lo dico per aver letto qualche libro o per aver sentito raccontare da altri. Lo dico per esperienza diretta accumulata negli anni.
Ho frequentato a lungo questi fenomeni, ho conosciuto personalmente canalizzatori di vario livello, ho seguito da vicino le loro vicende personali e gli effetti che il ruolo medianico produceva sulle loro vite.
So che cosa significa per chi lo pratica.
So che cosa accade nei tempi lunghi, dieci anni dopo, vent’anni dopo, alla fine di una carriera medianica. Quello che leggerete nelle righe successive non è teoria.
È constatazione di esperienze viste con i miei occhi, ripetute con costanza sufficiente da poter essere generalizzate come pattern strutturale e non come incidente isolato. Chi ha esperienza diretta di questi ambienti riconoscerà immediatamente quello che descriverò.
Chi non ce l’ha mi può credere oppure no, ma sappia che parlo per cognizione di causa, non per polemica intellettuale astratta.
E il danno è quello che la cultura new age tace sempre.
Il danno per il canalizzatore è quasi sempre certo, anche quando il fenomeno è autentico nella sua produzione di informazioni verificabili. Anzi, soprattutto quando è autentico, perché la verificabilità rinforza l’identificazione del canalizzatore con il proprio ruolo, e da quel momento ogni possibilità di ritrarsi diventa più difficile. Chi apre durevolmente la propria psiche a ospitare voci di provenienza incerta paga sempre il prezzo dell’apertura. I medium professionali della storia, da Eusapia Palladino a Helena Blavatsky, da Jane Roberts a tutti i canalizzatori contemporanei che hanno avuto carriere lunghe, mostrano statisticamente pattern di consumo personale che la storiografia critica della medianità ha documentato accuratamente.
Vite spesso brevi rispetto alle medie del proprio tempo.
Crisi nervose ricorrenti.
Instabilità psichica alternata.
Stati di salute precari.
Difficoltà relazionali profonde.
E soprattutto, e questo è il dato più triste, perdita progressiva della propria voce personale, sostituita dalla voce delle entità che ospitano. Alla fine della propria carriera medianica, il canalizzatore non sa più chi è, perché ha passato decenni a essere veicolo di qualcun altro, e quel qualcun altro ha preso il posto della sua Essenza.
Per questo, davanti a un fenomeno canalizzato per quanto autentico e per quanto verificabili siano i suoi contenuti, l’atteggiamento sano del cercatore non è entusiasmo, ma cautela rispettosa.
Si può prendere atto del fenomeno.
Si può anche, eventualmente, considerare le informazioni che ne arrivano come materiale da verificare e da pensare. Ma non si può fare del canalizzatore una guida spirituale, non si può strutturare la propria vita intorno ai suoi messaggi, non si può sostituire la fatica del proprio lavoro su di sé con la comodità di ricevere già pronto quello che dovremmo costruire da soli. E
soprattutto, se gli si vuole bene davvero, non lo si incoraggia nel suo ruolo. Lo si invita, con discrezione, a chiedersi se vale la pena pagare il prezzo che sta pagando per le voci che ospita.
Perché il prezzo è quasi sempre più alto di quanto lui stesso si renda conto, e quasi sempre lo si paga troppo tardi, quando il danno è ormai strutturalmente acquisito.
Il cerchio Firenze 77
Le canalizzazioni del Cerchio Firenze 77 sono fenomeno culturale italiano di metà Novecento, interessante come materiale di studio per chi indaga la storia dello spiritismo, ma privo di status epistemico diverso da qualunque altra produzione medianica del periodo.
Trattare quelle canalizzazioni come autorità superiore alla storiografia seria significa accettare implicitamente un criterio epistemico per cui le rivelazioni interne a un gruppo esoterico hanno priorità sulle fonti documentali esterne.
Ed è esattamente qui che si manifesta la struttura del corridoio esoterico nella sua forma più chiara. Chi sta nel recinto del Cerchio Firenze 77 riconosce come autorità le voci interne al recinto — le entità canalizzate, i maestri spiritistici, gli insegnamenti raccolti dai medium — e svaluta le voci esterne, anche quando queste sono il prodotto di decenni di ricerca storica rigorosa condotta da decine di studiosi internazionali con accesso alle fonti primarie.
È inversione strutturale del criterio epistemico.
Le rivelazioni interne diventano più affidabili dei documenti esterni, e questa inversione non viene mai giustificata sul piano teorico ma solo praticata di fatto.
Chi accetta questa inversione è nel recinto.
Chi non la accetta è fuori.
La differenza è strutturale, non argomentativa, e proprio per questo non può essere superata da nessun argomento.
È la struttura stessa del modo di pensare a essere diversa nei due casi.
7. Sesta tesi — le stigmate come prova di potenza magica
Sulla questione delle stigmate, chi sostiene la lettura esoterica propone in apparenza una posizione convergente con quella clinica del presente libro. Le stigmate sarebbero prodotte dalla forza mentale della persona che si identifica con una funzione, con una figura. La differenza decisiva sta nella valutazione di questo fenomeno.
Per la lettura esoterica, la capacità di sviluppare stigmate è prova di potenza magica e quindi titolo di gloria spirituale.
Per la lettura clinica della Psicologia dell’Esserci, la stigmatizzazione è prova di pseudo-allineamento totalizzante e quindi sintomo di cancellazione ontologica del soggetto.
La stessa descrizione fenomenica viene letta come trionfo da un lato e come tragedia dall’altro.
È differenza decisiva.
Chi presenta le stigmate come prova di potenza spirituale ha già accettato implicitamente l’equazione mistica fra sofferenza e realizzazione, che è la grammatica devozionale di cui questo libro ha mostrato la natura strutturalmente consumante nei capitoli precedenti. Chi celebra le stigmate come potenza non si è ancora chiesto perché una potenza dovrebbe manifestarsi precisamente attraverso la riproduzione sul proprio corpo delle ferite di uno strumento di tortura.
La potenza vera dei maestri reali — e qui si possono citare i nomi già evocati altrove nel libro, Ramana Maharshi che muore a settant’anni in piena attività, Krishnamurti che ne vive novanta lucidissimo, Ibn ‘Arabī settantacinque, Eckhart sessantatré, Aurobindo settantotto — si manifesta come vitalità, longevità, presenza intensa, capacità di vivificare sé e gli altri. Non si manifesta come riproduzione somatica di immagini di tortura.
Una potenza che si esprime attraverso il proprio consumo non è potenza. È sintomo strutturale di cancellazione, mascherato da prodigio dalla cultura devozionale che ha costruito su quella mascheratura una buona parte della propria autorità storica.
La lettura esoterica delle stigmate, malgrado la sua critica esplicita al cattolicesimo, sta riproducendo lo stesso schema valutativo della tradizione che pretende di criticare.
La Chiesa ha presentato le stigmate come segno di santità.
La lettura esoterica le presenta come segno di potere magico.
Cambia la categoria valutativa, ma resta intatto il presupposto che il fenomeno corporeo straordinario sia da celebrare.
La lettura clinica della Psicologia dell’Esserci rompe radicalmente con entrambe le valutazioni. Le stigmate sono firma somatica della cancellazione finale di un uomo.
Non sono prodigio, non sono potere, non sono santità.
Sono il prezzo che il corpo paga quando l’Essenza è stata silenziata da troppo tempo e da troppo profondamente, e la grammatica esterna che ha preso il suo posto non ha più spazio se non quello somatico per protestare la propria contraddizione interna.
8. Settima tesi — il Tau come sigillo magico iniziatico
La tesi sostiene che il Tau con cui Francesco si firmava non fosse una semplice croce ma un sigillo magico, il vero sigillo del Cristo, equivalente a una dichiarazione esoterica del tipo “questo è il vero Cristo”, non quello che la Chiesa cattolica racconta.
Il Tau viene collegato alla carta dei tarocchi numero dodici, l’Impiccato, considerata simbolo di trasformazione interiore e di accesso al mondo celeste.
L’adozione del Tau da parte di Francesco è dato storicamente documentato. Avviene a partire dal 1215, dopo l’allocuzione di Innocenzo III al Concilio Lateranense IV che aveva proposto il Tau come segno di conversione, riprendendolo dal libro di Ezechiele 9, 4, dove il Tau è segno tracciato sulla fronte dei giusti per essere risparmiati dal giudizio divino.
Bonaventura nella Legenda Maior (IV, 9) ne parla esplicitamente, mostrando come Francesco adottasse il Tau in linea con la proposta papale e con la tradizione biblica.
La sua adozione è atto devozionale dentro una grammatica cristiana esplicita, perfettamente leggibile nel contesto storico-teologico del Duecento, non sigillo magico nel senso esoterico moderno.
L’interpretazione che colleghi il Tau alla carta dei tarocchi numero dodici e ne deduca un significato iniziatico di trasformazione interiore è retroproiezione anacronistica.
I tarocchi nella forma che oggi conosciamo si sviluppano nel Quattrocento, prima come gioco di carte aristocratico nelle corti italiane (i tarocchi Visconti-Sforza databili intorno al 1450, i tarocchi di Marsiglia codificati nel Seicento), e si caricano di significati iniziatici esplicitamente esoterici solo a partire dal Settecento.
È Antoine Court de Gébelin, nel suo Monde primitif analysé et comparé avec le monde moderne (1773-1782), il primo a proporre l’interpretazione dei tarocchi come testo iniziatico egizio.
Sarà poi Éliphas Lévi, nel Dogme et rituel de la haute magie del 1854, a costruire la lettura cabalistico-magica dei tarocchi che è alla base di tutta la successiva tradizione esoterica francese e inglese.
Attribuire a Francesco nel 1215 una conoscenza di simbologie tarocchesche è anacronismo storico evidente, costruzione retrospettiva tipica dell’esoterismo novecentesco che reinventa il passato sulla base delle proprie griglie attuali.
L’idea che il Tau equivalesse per Francesco a dichiarare questo è il vero Cristo, non quello che la Chiesa cattolica racconta è proiezione di intenti che Francesco non manifesta in nessuno dei suoi scritti autentici.
Nel Testamento, redatto pochi mesi prima della morte, Francesco dichiara esplicitamente la propria obbedienza alla Chiesa romana e accetta la mediazione sacerdotale come centrale alla propria spiritualità. Scrive di voler vedere i sacerdoti anche peccatori come i suoi signori, e di non voler considerare il loro peccato perché in essi vede il Figlio di Dio nell’eucaristia.
È grammatica completamente interna al cattolicesimo medievale, non posizione esoterica di critica nascosta.
Costruire un Francesco anti-ecclesiale segreto richiede di postulare che tutti i suoi scritti autentici siano stati o cancellati o riscritti dalla Chiesa, ipotesi cospirativa massimalista che non ha alcun appoggio nelle fonti.
9. Ottava tesi — la Chiesa ha normalizzato Francesco
La tesi sostiene che la Chiesa abbia stravolto Francesco rendendolo modello inimitabile, enfatizzando una povertà fine a sé stessa, costruendo l’immagine del penitente umiliato che si presenta in mutande davanti alla folla — episodi che chi sostiene la tesi ritiene inventati per scoraggiare l’imitazione.
Bonaventura avrebbe specificamente eliminato il contenuto degli insegnamenti dottrinali di Francesco, lasciando solo le prediche agli animali, per nascondere il vero messaggio iniziatico.
Su questo punto chi sostiene la lettura esoterica dice qualcosa di parzialmente vero ma in modo concettualmente confuso.
È vero che la Chiesa ha riscritto Francesco.
Il presente articolo concordo pienamente la triplice operazione di cancellazione articolata in tre tempi successivi — la canonizzazione lampo del 16 luglio 1228 a un anno, nove mesi e sette giorni dalla morte, con commissione contestuale a Tommaso da Celano della Vita Prima; la neutralizzazione del Testamento di Francesco attraverso la bolla Quo elongati del 1230 di Gregorio IX; il decreto del capitolo generale di Parigi del 1266 che ordina la distruzione di tutte le biografie precedenti la Legenda Maior di Bonaventura. Su questo punto la critica della lettura esoterica converge formalmente con quella clinica del mio articolo.
Ma la natura della riscrittura è diversa nelle due letture.
Per la lettura esoterica, la Chiesa ha riscritto Francesco per nascondere la sua identità di mago-iniziato e per cancellare un presunto messaggio occulto.
Per la lettura clinica di questo articolo, la Chiesa ha riscritto Francesco per addomesticare la radicalità evangelica del suo messaggio originario — il non glossate del Testamento, la povertà portata alle conseguenze ultime, la critica implicita alle gerarchie ecclesiali ricche — e per costruire una versione gestibile della sua figura, devozionale ma sterilizzata dalla potenza dirompente delle origini.
Quale lettura ha più appoggio documentale?
La seconda, in modo schiacciante.
Gli scritti autentici di Francesco — il Testamento, le Ammonizioni, le lettere, il Cantico di Frate Sole — sono completamente dentro la grammatica evangelico-cristiana medievale e non mostrano nessuna traccia di iniziazione esoterica, di linguaggio cifrato, di simbologia occulta, di riferimenti a tradizioni misteriche.
Sono testi devozionali di un uomo radicalmente cristiano che porta il Vangelo alle conseguenze ultime nella propria specifica situazione storica. Presupporre un Francesco esoterico richiede di postulare che tutti questi scritti siano falsi o riscritti dalla Chiesa, e che gli autentici siano stati distrutti senza lasciare traccia. È ipotesi cospirativa massimalista che non ha appoggio in nessuna delle ricostruzioni storico-filologiche serie.
La lettura clinica, al contrario, non ha bisogno di postulare scritti perduti. Lavora sui testi disponibili, accetta che siano autentici, e legge in essi il pattern di un uomo in pseudo-allineamento con la grammatica cristologica del proprio tempo, consumato da quella identificazione. È lettura economica concettualmente, fedele alle fonti, e operativamente utile per chi voglia capire le dinamiche della pseudo-allineamento.
10. Nona tesi — la povertà come legge di attrazione
La tesi sostiene che la povertà di Francesco non fosse penitenziale ma fosse una critica sociale al ricco che ruba ai poveri, e che insieme funzionasse come una sorta di legge di attrazione — fidatevi del destino, della provvidenza, vi arriva quello che serve.
Viene citato a sostegno l’episodio di Frate Mosca, raccontato da Tommaso da Celano nella Vita Seconda, dove Francesco rifiuta nell’ordine un nuovo frate che aveva donato i propri beni ai parenti invece che ai poveri.
Su questo punto la lettura esoterica dice qualcosa di parzialmente vero.
La povertà francescana ha effettivamente una dimensione di critica al ricco. L’episodio di Frate Mosca è documentato e mostra che Francesco non accettava donazioni ai parenti come sostituzione delle donazioni ai poveri.
Su questo aspetto la lettura accademica recente, da Giacomo Todeschini in Il prezzo della salvezza del 1994 e Ricchezza francescana del 2004, ha mostrato come la povertà francescana avesse una specifica dimensione critica nei confronti dell’economia mercantile emergente del Duecento e una proposta alternativa di gestione dei beni che non era semplice rinuncia ma riorganizzazione del rapporto fra proprietà, uso e bene comune.
Ma da qui a dire che si trattava di legge di attrazione nello stile new age contemporaneo c’è scivolamento concettuale grave.
La grammatica francescana della povertà è teologico-evangelica, fondata sulla sequela Christi pauperis (l’imitazione di Cristo povero), sulla povertà come scelta cristologica esplicita, sulla dottrina della provvidenza divina elaborata a partire dal discorso della montagna di Matteo 6, 25-34, dove Cristo invita a non preoccuparsi del cibo e del vestito perché il Padre celeste sa di cosa abbiamo bisogno.
È grammatica cristologica esplicita.
Non ha nulla a che fare con la legge di attrazione novecentesca, che è costruzione del New Thought Movement americano di fine Ottocento, sviluppata da Phineas Quimby a Portland nel Maine fra il 1840 e il 1865, articolata teoricamente da William Walker Atkinson in Thought Vibration or the Law of Attraction in the Thought World del 1906, sistematizzata in chiave commerciale da Napoleon Hill in Think and Grow Rich del 1937, e arrivata al successo planetario contemporaneo con The Secret di Rhonda Byrne nel 2006. Bellissima operazione di marketing, ma per il resto stendiamo un velo pietoso.
È dottrina pseudo-spirituale americana del Novecento, fondata su una concezione della realtà come specchio dei pensieri del soggetto, con presupposti metafisici completamente estranei alla grammatica cristiana medievale.
Applicare retrospettivamente la categoria della legge di attrazione a Francesco è anacronismo concettuale macroscopico, esempio tipico del meccanismo che il presente libro ha già descritto come riappropriazione retroattiva attraverso categorie estranee al soggetto storico.
11. Decima tesi — l’esoterismo nei terziari francescani
La tesi sostiene che il cristianesimo esoterico sia passato attraverso il Terz’Ordine francescano, e che molti personaggi storici illustri sarebbero stati terziari francescani — Dante Alighieri, San Luigi dei Francesi, Cristoforo Colombo, Galileo Galilei, Don Bosco. La lista degli illustri serve a costruire una tradizione esoterica francescana sotterranea che attraverserebbe i secoli.
Verifichiamo i nomi della lista con le fonti storiche disponibili.
Dante Alighieri come terziario francescano è leggenda popolare antica ma priva di documentazione contemporanea attendibile. Marco Bartoli, fra i più rigorosi studiosi italiani della storia francescana, in Chiara: una donna fra silenzio e memoria del 2010 e in altri lavori, ha mostrato come l’iscrizione di Dante al Terz’Ordine sia tradizione tarda costruita a partire dal Trecento sulla base di affinità spirituali tra il poeta e gli ambienti francescani, senza prove documentali.
San Luigi IX di Francia, vissuto dal 1214 al 1270, ebbe sicuramente rapporti devozionali stretti con i francescani e contribuì al loro insediamento in Francia, ma la sua iscrizione formale al Terz’Ordine è oggetto di dibattito storiografico e non risulta da fonti contemporanee certe. Jacques Le Goff nel suo Saint Louis del 1996 documenta i rapporti del re con i mendicanti senza affermarne l’appartenenza al Terz’Ordine.
Cristoforo Colombo si firmava effettivamente Xpo Ferens, portatore di Cristo, e mostrava devozione francescana ed escatologica, ma la sua iscrizione al Terz’Ordine è anch’essa oggetto di dibattito ed è attestata solo da fonti tarde, in particolare dal figlio Hernando Colón nella Historia dell’Almirante composta dopo la morte del padre.
Galileo Galilei terziario francescano è affermazione completamente priva di fondamento storico. Galileo era praticante cattolico, in rapporti complessi con gerarchie ecclesiastiche, ma in nessun documento contemporaneo o successivo risulta come terziario francescano.
La sua biografia critica, da Stillman Drake a Mario Biagioli, non riporta nulla del genere.
Il pattern è chiaro.
Si elenca una serie di personaggi illustri associandoli al Terz’Ordine francescano senza verifica documentale, costruendo per accumulo una lista che valida la tesi del cristianesimo esoterico passato attraverso i terziari.
È metodo classico delle costruzioni esoteriche new age, dove ogni catena iniziatica viene rinforzata da appelli a illustri appartenenti non verificati. La critica accademica delle catene iniziatiche pretese ha smontato sistematicamente questo metodo. Margaret Jacob, in The Origins of Freemasonry: Facts and Fictions del 2006, ha mostrato per il caso della massoneria come liste analoghe di membri illustri siano costruzioni propagandistiche posteriori senza riscontro documentale.
Lo stesso meccanismo si applica alle costruzioni francescane esoteriche. Una lista di illustri non documentati come terziari non prova nulla. Prova solo che chi costruisce la lista ha bisogno di personaggi famosi per validare la propria opinabilissima narrazione.
12. Undicesima tesi — Francesco nella corrente rosacrociana
La tesi sostiene che Francesco appartenesse alla corrente esoterica del francescanesimo e fosse inscrivibile in una tradizione che avrebbe poi generato i Rosa Croce nel 1614, con una linea di trasmissione che attraversa benedettini, templari e cristianesimo esoterico moderno.
I Rosa Croce come fenomeno storico documentato nascono con la pubblicazione dei manifesti rosacrociani fra il 1614 e il 1616 — la Fama Fraternitatis del 1614, la Confessio Fraternitatis del 1615, Le Nozze alchemiche di Christian Rosenkreuz del 1616, queste ultime attribuite a Johann Valentin Andreae.
Sono fenomeni tedesco-luterano di inizio Seicento, sviluppatosi nel contesto della Riforma protestante e dell’umanesimo paracelsiano, profondamente diverso dal cristianesimo medievale francescano sia nella grammatica sia negli orizzonti dottrinali.
Le pretese di filiazione più antica — dai templari, dai costruttori medievali di cattedrali, dagli ordini mistici islamici, fino a Francesco d’Assisi — sono costruzioni retrospettive di età moderna prive di documentazione storica.
La critica accademica delle origini rosacrociane ha lavorato sistematicamente su queste pretese. Frances Yates, nel classico The Rosicrucian Enlightenment del 1972, ha ricostruito le origini reali del movimento nel contesto del primo Seicento europeo. Tobias Churton, in The Magus of Freemasonry del 2006 e in Invisibles: The True History of the Rosicrucians del 2009, ha portato avanti la critica delle filiazioni pretese. Christopher McIntosh, in The Rose Cross and the Age of Reason del 1992 e in The Rosicrucians: The History, Mythology and Rituals of an Occult Order del 1997, ha mostrato come le pretese di antichità millenaria siano sempre costruzioni successive funzionali alla legittimazione del movimento.
Inserire Francesco in una corrente rosacrociana ante litteram è anacronismo storico macroscopico. È esattamente il tipo di operazione che il presente libro ha già descritto: costruire catene iniziatiche fittizie per legittimare la propria appartenenza esoterica proiettandola indietro nei secoli.
Va notato che chi sostiene la tesi si dichiara non Rosa Croce ma guidato dalle forze rosacrociane, formulazione che permette di rivendicare l’autorità della tradizione senza assumerne le verifiche storiche — il vantaggio della parentela senza il peso della parentela.
È lo stesso lavoro che chi sostiene la tesi denuncia esplicitamente nei massoni che pretendono di discendere dai costruttori del Tempio di Salomone.
Proiettare retroattivamente la propria tradizione nei secoli passati è esattamente quello che fa la lettura esoterica di Francesco. La differenza fra il proprio caso e quello che si critica viene cancellata dal bisogno di validare la propria appartenenza.
13. Dodicesima tesi — Francesco era Cristo
La tesi sostiene, come conclusione di tutto il discorso precedente, che Francesco era Cristo, nel senso di essere stato veicolo dell’entità cristica trasferibile fra diversi soggetti storici. La Chiesa avrebbe nascosto questa verità per evitare che si capisse che l’entità cristica può manifestarsi in più persone.
L’affermazione è conclusione teologica del Cerchio Firenze 77, applicata a Francesco da chi sostiene la tesi.
È affermazione metafisica non verificabile, basata su canalizzazioni novecentesche di un gruppo medianico fiorentino.
Sul piano del metodo, vale la pena notare che chi sostiene la tesi formula esplicitamente il proprio bisogno strutturale di un’entità cristica trasferibile.
La sua frase è questa: la Chiesa non poteva ammettere che l’entità del Cristo era in San Francesco, perché altrimenti la gente avrebbe detto “aspetta, ma allora l’entità del Cristo c’è già in due personaggi, magari ci può essere in tre, in quattro”.
Questa frase rivela esattamente la struttura della cornice esoterica del proponente.
Egli ha bisogno di un’entità trasferibile fra individui per costruire una catena iniziatica che leghi Cristo, Francesco, e potenzialmente altri personaggi storici fino al presente.
La trasferibilità dell’entità è funzionale alla narrazione di una tradizione esoterica continua che attraversa la storia.
Senza la trasferibilità, la narrazione crolla.
Quindi, la trasferibilità viene postulata come dato, e i casi storici vengono interpretati alla sua luce.
È costruzione mitologica circolare.
La narrazione richiede l’entità trasferibile, e l’entità trasferibile viene confermata dai casi che la narrazione interpreta alla sua luce.
La lettura clinica della Psicologia dell’Esserci non ha bisogno di postulare entità trasferibili. Francesco era un uomo storico in pseudo-allineamento con la grammatica cristologica del proprio tempo. Punto.
Non c’è bisogno di metafisiche supplementari.
Postulare entità metafisiche per spiegare fenomeni che hanno spiegazione clinica adeguata viola il principio di economia concettuale (rasoio di Occam) che la filosofia rigorosa ha sempre considerato criterio fondamentale di valutazione delle teorie. Una spiegazione che richiede la postulazione di entità trasferibili invisibili non è superiore a una spiegazione che lavora sulla biografia documentata del soggetto e sulle dinamiche psichiche verificabili.
È inferiore, perché aggiunge ipotesi non necessarie e non verificabili.
14. Il metodo comune che attraversa tutte le tesi
A questo punto, dopo aver smontato le dodici tesi una per una, vale la pena nominare esplicitamente il metodo comune che attraversa l’intera lettura esoterica di Francesco, perché è quello che distingue strutturalmente la lettura clinica ontologica dall’approccio esoterico generico. Riconoscerlo permette di applicare lo stesso smontaggio ad altri casi analoghi che il lettore incontrerà nei circuiti spirituali contemporanei.
L’approccio esoterico tipico procede per associazione, suggestione e costruzione di catene di significato attraverso analogie simboliche.
Vede simboli ovunque, costruisce reti di corrispondenze fra epoche e culture lontanissime, postula entità invisibili che spiegano fenomeni apparentemente diversi, accetta acriticamente fonti interne alla propria tradizione (canalizzazioni, scritti esoterici moderni, opinioni di amici esoteristi, leggende non verificate) e svaluta sistematicamente le fonti esterne (storiografia accademica, filologia critica, antropologia delle religioni).
Procede per accumulo di indizi suggestivi, non per verifica filologica. Costruisce narrazioni che hanno forte coerenza interna e bassissima verificabilità esterna.
La coerenza interna viene scambiata per verità, perché dentro il corridoio tutto si tiene. Ma la tenuta interna di una narrazione non è prova della sua corrispondenza con i dati storici.
È prova solo che chi l’ha costruita ha costruito bene.
L’approccio clinico ontologico della Psicologia dell’Esserci procede in modo strutturalmente diverso. Parte dai dati documentali verificabili. Distingue le fonti per affidabilità storiografica e per data di redazione rispetto agli eventi narrati. Usa categorie strutturali (Essenza, Meccanismo Omologante, pseudo-allineamento) che sono operative sul soggetto, non metafisiche — cioè si applicano alla biografia osservabile dell’individuo e non richiedono postulazione di entità invisibili. Non postula entità trasferibili né catene iniziatiche segrete. Cerca le spiegazioni più economiche prima di postulare cause sovrannaturali, in fedeltà al principio di Occam.
Mantiene il rigore epistemico anche quando i risultati contraddicono le narrazioni consolatorie. Accetta che i propri risultati siano ipotesi, non certezze, e li offre al lettore come strumenti di lavoro, non come verità rivelate.
La differenza fra i due approcci non è di temperamento personale.
È di metodo, ed è il metodo a determinare quali letture sono possibili.
Con l’approccio esoterico le bilocazioni di Francesco sono prove di potere magico.
Con l’approccio clinico sono materiale agiografico costruito post mortem da una tradizione che aveva bisogno di un santo dotato di poteri.
Con l’approccio esoterico le stigmate sono manifestazione di potenza spirituale.
Con l’approccio clinico sono somatizzazione di pseudo-allineamento totalizzante.
Con l’approccio esoterico Francesco era in contatto con l’entità del Cristo. Con l’approccio clinico Francesco era un uomo profondamente identificato con la grammatica cristologica medievale, consumato da quella identificazione.
Lo stesso materiale storico produce letture radicalmente diverse a seconda del metodo applicato.
Quale lettura ha più appoggio documentale, è più economica concettualmente, è più operativamente utile per chi voglia capire la propria vita davanti al caso di Francesco?
La risposta è chiara, ma solo per chi accetta i criteri di rigore epistemico che la filosofia rigorosa ha elaborato in due millenni e mezzo di lavoro. Chi sta dentro il corridoio esoterico non accetta quei criteri, perché applicarli significherebbe vedere il corridoio stesso come corridoio.
E come questo libro mostra, chi vive dentro un corridoio, un recinto, non può vederlo dall’interno, perché il corridoio è esattamente ciò che gli permette di vedere ed è strutturalmente impossibile vedere ciò che rende possibile il vedere stesso.
Il pesce non sa che esiste l’acqua.
Chi vive dentro la lettura esoterica di Francesco non sa che la lettura esoterica è una lettura. La prende per la realtà stessa, e tutto ciò che la contraddice gli appare come errore, malafede, ignoranza, oppure cospirazione delle istituzioni accademiche per nascondere la verità.
15. Il leone della tastiera
Resta da nominare un’ultima cosa, perché senza nominarla l’analisi finora condotta resterebbe sospesa.
Le riappropriazioni esoteriche di Francesco, e più in generale tutte le costruzioni mitologiche di cui questo articolo ha mostrato la vacuità storica, non esisterebbero se non trovassero un pubblico specifico che ne ha bisogno strutturalmente.
Quel pubblico esiste, è ampio, ed è caratterizzato da un profilo antropologico preciso che merita di essere descritto, perché capirlo significa capire perché queste letture continuano a prosperare malgrado l’evidente fragilità delle loro argomentazioni.
Il tipo umano in questione si può chiamare, con formulazione contemporanea immediata, il leone della tastiera.
Non si muove di un millimetro nel mondo reale se non nel sentire confermati dubbi che già possedeva prima di incontrare qualunque informazione.
Cerca argomenti che lo facciano sentire superiore rispetto agli altri, ma di quegli argomenti conserva nel tempo solo una memoria labile e mai uno stimolo operativo realizzativo.
Sa molte cose senza averne assimilata davvero nessuna. Appartiene a molte correnti senza essere mai realmente entrato in nessuna.
Cita molti maestri senza aver mai veramente lavorato sotto la guida di alcuno.
Vive nella mediocrità ordinaria della propria esistenza concreta sentendosi parte di un’élite spirituale che attraversa la storia, e questa contraddizione fra la propria vita reale e la propria identità simbolica gli è invisibile, perché l’identità simbolica gli serve esattamente a coprire la mediocrità della vita reale rendendola tollerabile.
Sei tratti definiscono questo profilo, e vanno nominati uno per uno perché possano essere riconosciuti da chi legge anche in sé stesso, se ci si trovi, con quella sincerità che è la prima condizione del lavoro su di sé.
Il primo tratto è il bisogno di sentirsi superiore senza pagare il prezzo della superiorità reale. La superiorità reale si paga con anni di lavoro, con risultati verificabili. È costosa, faticosa, e per la maggior parte degli esseri umani inaccessibile o accessibile solo in misura limitata in qualche ambito specifico. Il bisogno di sentirsi superiori è invece universale, perché protegge dalla percezione dolorosa della propria mediocrità ordinaria. La cornice esoterica offre esattamente questo. Permette di sentirsi parte di un’élite spirituale che possiede conoscenze segrete, di appartenere a una catena di iniziati che attraversa la storia, di partecipare a una verità nascosta che la massa ignora. La superiorità è ottenuta a buon mercato, semplicemente attraverso l’adesione a un sistema simbolico, senza dover dimostrare nulla nel mondo reale.
Il secondo tratto è la propensione al dubbio sistematico applicato esclusivamente alle istituzioni mainstream, mai alle proprie convinzioni alternative. Il leone della tastiera dubita sistematicamente della medicina ufficiale, della scienza accademica, della storiografia istituzionale, dei giornalisti, dei politici, della Chiesa, dei magistrati, e a ragion veduta.
Ma non dubita mai dei canalizzatori esoterici, dei guru di YouTube, degli autori che legge, delle proprie intuizioni notturne, delle storie raccontate da amici che hanno fatto esperienze straordinarie e che potrebbero essere anche fuori di testa. Il dubbio è strumento usato selettivamente per smontare l’autorità esterna, mai per verificare l’autorità interna al proprio corridoio.
È applicazione asimmetrica del criterio critico, e questa asimmetria è la firma cognitiva del fenomeno. Chi pratica il dubbio davvero lo applica anche e soprattutto alle proprie convinzioni più care. Chi lo applica solo agli altri non sta dubitando, sta difendendo le proprie certezze con uno strumento travestito da apertura critica.
Il terzo tratto è l’accumulo orizzontale di informazioni senza approfondimento verticale. Il leone della tastiera ha letto molti libri, ha visto molti video, conosce molti nomi, cita molte teorie. Sa che esistono i templari, i Rosa Croce, i sumeri, gli annunaki, le linee ley, la legge di attrazione, gli arconti gnostici, il piano kalergi, le scie chimiche, il signoraggio bancario, le geometrie sacre, i chakra, i campi morfogenetici, e così via.
Ma di nessuna di queste cose ha approfondimento reale, perché il suo modo di assimilare informazioni è per accumulo di superficie, non per scavo in profondità.
Conosce un sacco di nomi e nessun argomento davvero, è capace di tirare fuori riferimenti su qualunque tema ma non è capace di sostenere una discussione tecnica su nessuno.
La sua cultura è larga e infinitamente sottile, come uno specchio d’acqua che copre molti chilometri quadrati ma è profondo un centimetro.
Se lo metti davanti a uno specialista vero di qualunque dei temi che cita, la sua sicurezza crolla in cinque minuti, perché lo specialista chiede precisione e la precisione il leone della tastiera non ce l’ha.
Il quarto tratto è la traduzione mancata in azione concreta. Questo è il punto centrale, e merita di essere detto con la massima chiarezza possibile. Il leone della tastiera non si muove di un millimetro nel mondo reale.
Sa che le multinazionali farmaceutiche sono malvagie, ma continua a prendere i suoi farmaci. Sa che il sistema bancario è truffaldino, ma tiene i suoi soldi in banca. Sa che la spiritualità autentica richiede povertà evangelica, ma non rinuncia a niente di ciò che possiede. Sa che la realizzazione spirituale richiede lavoro su di sé, ma non fa nessun lavoro su di sé.
Conosce le ricette ma non cucina.
Il sapere accumulato gli serve a sentirsi superiore mentre vive esattamente come tutti gli altri, anzi spesso peggio, perché la sua identità simbolica gli impedisce di prendere sul serio gli aspetti concreti della propria vita ordinaria.
La distanza fra ciò che dichiara e ciò che fa è abissale, ma lui non la vede, perché la dichiarazione gli funziona psichicamente come se fosse già azione, e l’azione mancata non gli pesa perché la dichiarazione l’ha già coperta sul piano dell’identità.
Il quinto tratto è la memoria labile dei contenuti combinata con la memoria precisa della propria identità di iniziato. Se gli chiedi cosa esattamente diceva quella canalizzazione che l’ha tanto colpito, non saprà rispondere con precisione.
Se gli chiedi cosa diceva esattamente quel libro di esoterismo che cita sempre, te ne darà un riassunto vago. Se gli chiedi di articolare la dottrina della tradizione cui dice di appartenere, ti darà parole-chiave senza struttura concettuale.
Ma se gli chiedi chi è lui, dirà con precisione di essere un cercatore spirituale, un’anima evoluta, un risvegliato, un appartenente alla corrente esoterica, un illuminato in cammino. L’identità è stabile, i contenuti sono volatili, e la combinazione è la firma della pseudo-appartenenza simbolica — appartenere a una tradizione senza averla mai realmente assimilata, identificarsi con una saggezza senza averla mai realmente conquistata.
Il sesto tratto, e il più sottile, è il bisogno di nemici esterni come specchio della propria virtù. La cornice esoterica fornisce sempre un campo di nemici contro cui definirsi — la Chiesa cattolica, il sistema accademico, le élite globaliste, le multinazionali, i mainstream media, le scie chimiche, gli arconti, il sistema, il potere, gli illuminati cattivi che vanno distinti dagli illuminati buoni cui si pretende di appartenere.
Il leone della tastiera ha sempre qualcuno da accusare, e la sua identità si costruisce per opposizione a questi nemici.
Senza nemici non saprebbe più chi è.
Per questo i nemici non possono mai essere realmente sconfitti — devono essere mantenuti come sfondo permanente perché la propria identità abbia su cosa stagliarsi.
La struttura è quella della distinzione amico-nemico applicata al piano simbolico. Senza il nemico permanente, il senso del sé crolla, e il leone della tastiera ridiventerebbe quello che è — un essere umano ordinario nella propria mediocrità reale, senza più la cornice che gli permetteva di sentirsi parte di qualcosa di superiore.
Questo tipo umano non è prodotto specifico dell’esoterismo contemporaneo. È variante moderna di un tipo antropologico antichissimo, riconosciuto da molti filosofi e analisti della condizione umana. Heidegger l’ha descritto come il chiacchierare (Gerede) del Si comunein Essere e tempo — l’uomo che parla di tutto senza aver mai realmente abitato nessun argomento, che ripete opinioni ricevute presentandole come proprie, che evita la responsabilità del pensiero proprio rifugiandosi nella diffusione orizzontale del già detto.
Kierkegaard, nelle ultime opere e in particolare in L’istante, l’ha descritto come il cristiano per professione che ha tutto il vocabolario della fede senza averne mai vissuto un istante.
Pascal nei Pensieri l’ha descritto attraverso la nozione di divertissement — l’uomo che non sopporta di stare nella propria camera con sé stesso e cerca sempre fuori distrazioni che gli evitino l’incontro con la propria nudità interiore.
Nietzsche nello Zarathustra l’ha descritto come l’ultimo uomo, colui che ha inventato la felicità e ammicca, che ha letto di tutto, che pensa di sapere tutto, ma che vive nella mediocrità più completa senza accorgersene perché ha trovato il modo di chiamare quella mediocrità saggezza.
La cultura contemporanea, soprattutto attraverso internet e i social media, ha amplificato a dismisura la possibilità di esistere come leone della tastiera.
Una volta, per sentirsi superiori si doveva almeno fare qualcosa di superiore — costruire una cattedrale, scrivere un’opera, comporre una sinfonia, scoprire un teorema, attraversare un oceano, fondare un movimento.
Oggi basta accumulare informazioni, ripeterle nei commenti dei video YouTube, partecipare a gruppi Telegram di iniziati, condividere meme esoterici, leggere autori che confermano la propria visione del mondo.
La superiorità è diventata accessibile a costo zero, perché il segno della superiorità è stato spostato dal fare al sapere di sapere, e il sapere di sapere è infinitamente più facile del sapere reale, che a sua volta è infinitamente più facile del fare.
Per un essere umano che cerchi superiorità a buon mercato, il corridoio esoterico contemporaneo è offerta perfetta.
Promette molto e chiede nulla, conferma l’identità senza esigere lavoro, fornisce nemici senza pretendere battaglie reali, distribuisce certezze senza domandare verifiche.
Per il cercatore vero, riconoscere questo tipo umano è essenziale per due ragioni. La prima è che lo incontrerà costantemente nei circuiti spirituali contemporanei, e dovrà imparare a non confondere il proprio cammino col loro, malgrado le apparenti somiglianze di lessico.
La seconda, più importante e più dolorosa, è che dovrà sottoporre sé stesso alla verifica di questi sei tratti, onestamente, prima di pretendere di star facendo davvero un lavoro sulla propria vita.
- Quante delle convinzioni che si possiedono sono state realmente assimilate e tradotte in azione, e quante sono dichiarazioni che funzionano solo come identità simbolica?
- Quanto del dubbio che si pratica è autentico esercizio critico, e quanto è applicazione asimmetrica selettiva contro le sole autorità che già non si sopportavano?
- Quanto del proprio sapere è profondo, e quanto è accumulazione orizzontale di superficie?
- Quanto della propria identità di cercatore corrisponde a un lavoro reale, e quanto è etichetta che si applica senza il contenuto che dovrebbe esprimere?
Queste domande sono dure, ma sono l’unico cancello attraverso cui si passa dall’essere leoni della tastiera all’essere esseri umani che davvero stanno cercando sé stessi.
Senza attraversare quel cancello, ogni discorso sulla propria evoluzione resta chiacchiera, e la chiacchiera, qualunque sia il suo lessico, non ha mai cambiato nessuno.
16. Cosa resta per il lettore
Questo articolo non è stato scritto contro alcun autore specifico.
È stato scritto contro un metodo che attraverso molti autori e molti canali si è diffuso nei circuiti spirituali italiani, costruendo una lettura di Francesco che non ha appoggio nelle fonti storiche e che proietta sul Duecento categorie del Novecento esoterico americano e new age.
Il peggio del peggio.
Il problema non è che esistano persone che credono a queste letture. Il problema è che il lettore generale, oggi, incontra queste letture più facilmente di quanto incontri letture rigorose anche se originali, e rischia di prenderle per verità documentate senza avere strumenti per distinguerle.
Quel che resta, per il lettore di queste pagine, è una cassetta degli attrezzi metodologica. Quando incontri un’affermazione storica su Francesco — o su qualunque altra figura del passato —, chiediti dove si appoggia.
- Quale fonte primaria contemporanea agli eventi la supporta?
- È il caso di esempi addotti, citazioni di amici esoteristi, leggende che circolano senza verifica, oppure documentazione filologica rigorosa?
- Chi sostiene la tesi si è confrontato con la storiografia accademica del settore, oppure la ignora o la liquida come parte del complotto delle istituzioni?
- Le categorie usate per descrivere il soggetto sono coeve al soggetto, oppure sono proiezioni anacronistiche di concetti elaborati in epoche successive?
- La narrazione richiede di postulare cospirazioni di vasta portata per spiegare l’assenza di prove documentali, oppure si appoggia su prove documentali esistenti?
Applicando questi criteri al caso di Francesco, la lettura esoterica crolla quasi integralmente. Quel che resta di solido in essa — la critica al ruolo della Chiesa nel costruire la santità ufficiale, l’osservazione che le stigmate sono fenomeno somatopsichico e non miracolo, l’attenzione alla dimensione critica della povertà francescana — sono elementi che la storiografia accademica seria e la lettura clinica del presente libro hanno già incorporato, in forme più rigorose e meglio documentate.
La lettura esoterica non aggiunge nulla a quei punti se non li rende meno verificabili attraverso il loro inserimento in costruzioni metafisiche più vaste e meno argomentate.
Quel che la lettura esoterica aggiunge specificamente — il Francesco mago, il Francesco rosa croce ante litteram, il Francesco veicolo dell’entità del Cristo, il Francesco iniziato di una catena segreta che attraversa i secoli — sono costruzioni mitologiche prive di fondamento storico, prodotte da chi ha bisogno di un Francesco esoterico per validare la propria appartenenza al corridoio esoterico moderno. La funzione di queste costruzioni è retroattiva. Servono a legittimare il corridoio presente attraverso la sua proiezione nei secoli passati. Non servono a capire Francesco. Servono a confermare chi le costruisce nella propria appartenenza.
Per chi cerca davvero Francesco, e attraverso Francesco la possibilità di capire qualcosa della propria vita, la strada è un’altra.
Senza fantasie iniziatiche.
Senza catene segrete.
Senza entità trasferibili.
Solo un uomo doloroso del Duecento che la storia ha trasformato in icona, e che ora chiede di essere finalmente visto come ciò che era — un essere umano totalmente deviato dalla grammatica del proprio tempo, consumato da quella identificazione fino al collasso somatico e alla morte precoce.
Vederlo così è atto di rispetto verso di lui, ed è atto di lavoro su di sé per chi legge. Le costruzioni esoteriche, al confronto, sono distrazioni dal lavoro reale, dispositivi che permettono di non guardare né lui né se stessi mentre si crede di guardarli entrambi.
Maurizio Fani