AMORE SORGIVO E AMORE AUTENTICO
1. Superare i fraintendimenti dell’amore
Il fraintendimento in amore è una delle esperienze più comuni e, al tempo stesso, più dolorose che possiamo vivere.
Nasce da un’illusione, da una distorsione tra ciò che sentiamo e ciò che realmente è, tra ciò che desideriamo e ciò che la realtà ci offre. Spesso, confondiamo l’amore con qualcos’altro: con l’innamoramento, con il bisogno, con la paura di restare soli, con il desiderio di essere salvati o completati, con l’appetito sessuale.
Crediamo di amare, ma in realtà stiamo inseguendo un’immagine, un’idea, un sogno che abbiamo costruito nella nostra mente, spesso influenzati da modelli culturali, sociali o dalle ferite del nostro passato.
L’amore, in questo fraintendimento, diventa una proiezione. I due casi più eclatanti sono le illusioni del colpo di fulmine e dell’anima gemella.
Proiettiamo sull’altro le nostre aspettative, i nostri bisogni insoddisfatti, le nostre paure.
Lo trasformiamo in un personaggio, in un eroe o in una figura salvifica, senza vedere la persona reale, con le sue imperfezioni, le sue fragilità, la sua autonomia.
E quando la realtà non corrisponde a questa immagine idealizzata, soffriamo.
Ci sentiamo traditi, delusi, feriti.
Ma in realtà, non è l’altro a tradirci: è la nostra illusione che si infrange contro la verità.
Il dolore che proviamo quando un amore finisce, quando siamo lasciati, respinti o traditi, è spesso amplificato da questi fraintendimenti. Soffriamo non solo per la perdita dell’altro, ma per la perdita dell’immagine che ci eravamo costruiti.
È come se crollasse un castello di sabbia: ci sentiamo vuoti, confusi, feriti.
Ma è proprio in quel momento che abbiamo l’opportunità di guardare in faccia la verità, di capire cosa abbiamo frainteso, di imparare a distinguere tra l’amore autentico e le sue illusioni.
Perché l’amore vero non è un sogno: è una scelta.
È la scelta di vedere l’altro per quello che è, di accettarlo senza condizioni, di camminare insieme pur rispettando i propri spazi.
È la scelta di amare nonostante le imperfezioni, le difficoltà, le incertezze.
E per fare questa scelta, dobbiamo prima di tutto imparare ad amare noi stessi, a liberarci dalle illusioni, a riconoscere i nostri bisogni e le nostre paure.
Solo allora potremo vivere un amore maturo, autentico, libero da fraintendimenti.
Un amore che non è una fuga dalla realtà, ma un abbraccio alla vita, con tutta la sua bellezza e la sua complessità.
Altre forme di sofferenza d’amore
- L’abbandono: la sensazione di vuoto e disorientamento dopo essere stati lasciati, spesso accompagnata da domande senza risposta e senso di colpa.
- Il rifiuto: la ferita profonda di sentirsi respinti, che può minare l’autostima e generare insicurezza.
- L’indifferenza: la frustrazione di sentirsi invisibili o non considerati dalla persona che amiamo.
- L’uso sessuale: la delusione di essere trattati come oggetti, privati di intimità emotiva e rispetto.
- La delusione: il dolore di scoprire che la persona amata non corrisponde all’immagine che ci eravamo creati.
- La solitudine nella coppia: sentirsi emotivamente distanti o non compresi, nonostante si sia in una relazione.
- La nostalgia: il rimpianto per un amore passato, che può bloccare la capacità di vivere il presente.
- La paura di amare di nuovo: il timore di rivivere il dolore, che porta a chiudersi emotivamente o a sabotare nuove relazioni.
- La vergogna: il senso di umiliazione dopo un tradimento o un rifiuto, che può portare a isolarsi.
- La confusione emotiva: il disorientamento che nasce quando non si capisce se ciò che si prova è amore, attaccamento, abitudine o altro.
Ecco perché è così importante fare luce sui nostri fraintendimenti.
Perché solo quando smettiamo di credere alle narrazioni che ci sono state imposte, quando iniziamo a guardarci dentro con coraggio e onestà, possiamo scoprire cosa significa davvero amare.
Non per la società, non per gli altri, ma per noi stessi.
Perché l’amore non è qualcosa che dobbiamo cercare fuori.
È qualcosa che dobbiamo cercare, fare nascere e coltivare dentro.
È la nostra Essenza, la nostra verità, la nostra forza.
E quando impariamo a riconoscerlo, a rispettarlo, a viverlo, tutto cambia.
Non abbiamo più bisogno di cercare l’amore, perché siamo già amore.
E da quel luogo interiore, possiamo finalmente costruire relazioni che non ci imprigionano, ma ci liberano.
Relazioni che non ci fanno regredire, ma ci fanno evolvere.
Relazioni che non ci fanno stare male, ma ci fanno sentire vivi.
2. L’abuso del termine “amore”
Tutti parlano d’amore come se lo avessero incontrato, capito, accolto. Poi scopri che l’hanno solamente letto e udito, mai vissuto e compreso. Invece, quasi sempre con questo termine le persone ricattano in nome di un dio, di sé stessi, della società, dei condizionamenti o di un complesso, l’altro.
La madre che ama il figlio, spesso lo devia dalla sua natura, ma per il senso comune lo ama tanto. La persona che uccide sé stessa ammalandosi o causando la morte del suo amato, comunque ama tantissimo. La realtà non si vuole mai vedere.
Chiunque si sente autorizzato a parlare di amore pur non sapendo niente del suo vero significato. Non farlo sarebbe socialmente riprovevole. La maggioranza delle persone è assolutamente inconsapevole di cosa sia l’amore.
Definisce amore il bisogno, fisico, sociale e psicologico, di possedere l’altro. Ma l’amore non è un’emozione che può nascere da un bisogno. Il noto “colpo di fulmine” è solamente un’attrazione complessuale. Questa è la visione dell’amore che è permesso, che è diffusa e che non si deve mai contrariare.
Tutto molto triste ma vero.
L’amore è una forza autoprodotta che scaturisce sorgiva dall’individuo che conosce la propria unicità.
Identifica un movimento che si allinea al fluire della vita, intesa come manifestazione di sanità e di gioia, che si riversa nell’altro, per farlo essere di più.
È una forza volitiva funzionale al raggiungimento dello scopo di ogni essere umano: compiere sé stesso in azione concreta nel rispetto del suo Progetto di Natura previsto.
L’amore non sospetta mai, non ricatta mai, non è mai geloso, non vuole comportamenti di ruolo o stereotipi.
L’amore non interferisce mai nella libertà dell’altro.
L’amore dona libertà, e la libertà può esistere solo se nell’essere insieme esiste spazio per ogni individualità.
L’amore dona amplificazione, estasi, il massimo della vita.
In cambio richiede onestà e coerenza con la propria Essenza.
Amare significa dare spinta all’individuazione altrui, alla sua originalità, alla sua anima, perché anche nell’altro si compia la solarità dell’Io Sono.
Io beneficerò a mia volta dell’altro.
L’amore è biocentrico per eccellenza.
Non si rivolge solo agli esseri umani, ma quello sorgivo scorre ovunque vi sia vita.
Un mare, il volo di un gabbiano il volto di un bambino, ovunque può andare l’amore.
Ecco perché migliorare sempre, secondo le proprie possibilità, il luogo dove viviamo, cercare sempre di facilitare la crescita dell’altro e di chiunque entri in contatto con noi, ci fa percepire questa forza assolutamente incredibile.
Il vero, profondo atto d’amore è una trascendenza che si compie e nella quale i due accadono in un altro piano di sé stessi, dove l’unità di azione si evidenzia in forza, in luce in Essere.
Per vivere l’amore non basta darsi in tutti i modi del corpo e incontrarsi con l’altro, ma occorre sapersi e darsi con anima: è cioè un’esperienza dove ogni cellula si canalizza in un punto interiore che intenziona tutto l’olistico, quasi a raggiungere un’intesa psicofisica così elevata da consentire una rivelazione superiore: la vera trascendenza.
Tutti possono amare?
Nessuno è in grado di amare se prima non diviene coscienza adulta della propria interiorità.
Solo chi prima ha realizzato ciò che deve essere e fare nella vita può amare.
L’amore si dà per sovrabbondanza, è un aspetto sorgivo, ma se tu non sei già vita, come puoi pretendere di amare e dare vita? Se prima non hai fatto pulizia di tutti i falsi io, di tutti i complessi e le zavorre che fanno ostacolo, non potrai accedere a quella mensa da re. All’amore bisogna voler accedere come a qualcosa di sacro, che cresce lentamente dentro di te. Devi sempre capire che il dio amore si concede a te che lo cerchi, che lo vuoi, che lo desideri, per consentirti di identificarti con lui nel momento del tuo massimo godimento cioè quando ami, quando sei.
3. L’Amore è Volizione o Intento?
L’amore vero, quello sorgivo, non nasce dalla volizione.
Non è il frutto di una decisione, di una scelta ragionata, di un’azione deliberata. Non si ama come si decide di iniziare una dieta o di cambiare lavoro. Volere amare qualcuno — o sé stessi — è già un’illusione. È ancora movimento dell’io, ancora progetto dell’ego.
La volizione appartiene al dominio della mente e della volontà, strumenti validi per orientare il quotidiano, ma inadeguati quando si parla di amore sorgivo. Perché lì non si tratta di fare, ma di essere. E l’essere non si comanda.
L’amore sorgivo è figlio dell’intento.
L’intento non è desiderio, non è speranza, non è obiettivo.
L’intento è una direzione sacra che nasce dal nucleo più profondo dell’Essere.
È una vibrazione, una chiamata, una risonanza. L’intento non si formula, si scopre. Non si forza, si accoglie.
Quando ami per intento, non decidi di farlo: ti trovi a farlo.
Come se fossi stato attraversato. Come se il tuo campo energetico fosse entrato in sintonia con qualcosa che ti oltrepassa. Non sai da dove è venuto, né dove ti porterà.
Sai solo che non puoi più ignorarlo.
L’amore di volizione è moralistico: ti dice cosa dovresti sentire.
L’amore di intento è mistico: ti mostra cosa sei già.
Il primo si stanca, si logora, ha bisogno di essere sostenuto con sforzo. Il secondo si autoalimenta, si rinnova, si trasforma.
Quando ami con intento, non ti preoccupi se l’altro ricambia. Perché non è una scelta, è un destino. Non ti chiedi se durerà, perché non sei tu a tenerlo vivo. Non cerchi di gestirlo, perché sai che gestire l’amore è come voler imbrigliare il vento.
Il vero amore, allora, è una forma di intento incarnato.
Una direzione dell’anima che prende corpo, sguardo, voce, gesto. E chi ama così, non ha bisogno di essere corrisposto: ha già compiuto l’atto supremo — essere sé stesso attraverso l’amore. E forse, solo chi conosce l’intento, conosce anche l’amore.
4. Il fraintendimento dell’Erotismo e della sessualità in amore
L’erotismo rappresenta il passaggio esteriore per raggiungere l’Essere. Il significato ultimo dell’erotismo è la morte a sé stesso dell’individuo per l’esaltazione della vita.
La morte ha un aspetto rigenerativo assai importante, perché consente di sperimentare l’Essere, nell’espansione continua della relazione d’amore.
La morte è cambiamento, trasmutazione di stato.
“Io ti amo perché mi piace amarti, perché mentre io ti amo, godo di me stesso che ti sta amando, e io sono pieno di gioia nel farlo. Perché mi piace osservarmi e percepirmi mentre sto amando te.”
Se mi ami, godimi, ma godimi veramente, non rubarmi, non rifiutarmi, non darmi in pasto a complessi o zavorre.
Non per annullarmi e uccidermi.
Non mediocrizzarmi ma innalzati con me su piani più elevati, se puoi”.
Amare, oltre che una scelta personale, è necessità per incontrare la propria anima, che non si dà a chi la pretende senza amore. Proprio questa necessità però è causa delle sofferenze che le persone sperimentano quando parlano e vivono un amore.
Loro non sanno dell’aspetto trasmutativo di questa forza e privano così ogni relazione di quella corsa verso l’autenticità di sé stessi.
Vivono solo una sessualità che a questo punto è meccanica ed effimera, giusto lo spazio di qualche orgasmo e il possesso o il dominio dell’altro a seconda dei ruoli scelti (compagno, marito, amante, gigolò, prostituta, avventura, vizio, perversione, ecc.).
Sperimentano una sorta di morte senza rinascita.
Il vuoto.
Questo fa soffrire, ma l’amore nulla c’entra in questo perverso fraintendimento
Stereotipi, nulla più.
Solo utili al potere che tramite le affettività e in particolare l’amore, controlla, inibisce e impedisce lo sviluppo dell’essere umano.
Una volta che hai bloccato l’amore vero, l’individuo è fermo. Non può più procedere verso la conoscenza di sé stesso. È schiavo a vita.
Si può amare solamente in senso di totalità matura, e non con le modalità del mondo sistemico con ingerenze ed infantilismi.
Amare non significa rimbecillire o tornare bambini.
Amare richiede un profondo atto di umiltà verso la propria anima, la quale desidera solo il meglio per esistere. Occorre molta umiltà per abbracciare qualcosa di sconosciuto che è più grande di noi ma è in noi come potenzialità.
Lo possediamo ma non lo conosciamo.
Amare ed essere amati ha una stretta relazione con il coraggio di vivere e sentirsi vissuti.
Ha una stretta relazione con il sentirsi liberi, ma non quella sciocca libertà desiderata dai più che ha a che vedere con “il fare ciò che si vuole” ma l’unica e reale libertà: quella interiore. Per questo alcuni individui, che sono refrattari all’amore, per i tanti cambiamenti che dovrebbero fare e che non vogliono affrontare, difficilmente accetteranno un altro che doni loro dell’amore vero.
C.G. Jung scriveva: “Si sopravvive di ciò che si riceve, ma si vive di ciò che si dona”. Si deve amare come l’uomo maturo sa amare.
Osho fra le tante sue affermazioni al riguardo dell’amore amava ripetere: l’opposto dell’amore non è l’odio, ma è la paura.
L’odio è amore a testa in giù, non è l’opposto dell’amore.
Il vero opposto dell’amore è la paura.
Quando ami ti espandi; quando hai paura ti rattrappisci.
Quando hai paura ti chiudi; quando ami ti apri.
Quando hai paura ti assalgono i dubbi; quando ami hai fiducia.
William Shakespeare ha scritto: “Ama chi ti ama, non amare chi ti sfugge, ama quel cuore che per te si strugge. Non t’ama chi amor ti dice ma t’ama chi guarda e tace”. Se ami qualcuno, non bloccare la tua emozione. Lascia che il tuo amore si espanda, dona all’altro più spazio di quanto ne abbia mai avuto quando era solo. Nutrilo, ma non avvelenare il suo nutrimento, non possederlo.
Lascialo libero di essere e lavora per il suo bene.
Tu beneficerai delle conseguenze di tutto ciò, oltre che del suo amore.
A questo io aggiungo che generalmente può andare bene ma occorre sempre tenere presente la funzionalità di quella relazione per entrambi i soggetti coinvolti.
Ognuno deve fungere da stimolo e premio per l’altro.
Entrambi devono mirare alla stessa mèta.
Raggiungi il divino quando decidi e scegli di vivere di amore, con amore, per amore.
Chi giunge a conoscere e vivere l’amore esiste, chi non ce la fa non è mai esistito.
5. Etimologia del termine “amore”
L’etimologia della parola “amore” è affascinante e complessa, poiché riflette la ricchezza e la profondità di un concetto che ha accompagnato l’umanità fin dai suoi albori. Ecco un’analisi delle principali radici e significati della parola “amore” nelle diverse lingue e culture:
- Origine latina
Deriva dal latino “amor”, che a sua volta proviene dal verbo “amare”. Il significato è legato all’affetto, alla passione e al desiderio. Gli antichi Romani distinguevano tra diversi tipi di amore:
Amor: l’amore passionale, romantico, spesso associato a Venere, dea dell’amore.
Caritas: l’amore disinteressato, legato alla cura e alla compassione.
Dilectio: l’amore di scelta, basato sulla volontà e sull’affinità.
- Origine greca
Nel greco antico, non esiste una sola parola per “amore”, ma diverse, ognuna delle quali descrive una sfumatura diversa:
Eros: l’amore passionale, sensuale, legato al desiderio fisico e all’attrazione. È l’amore che spesso si associa alla figura di Eros, il dio dell’amore.
Agape: l’amore incondizionato, universale, spirituale. È l’amore che si dona senza aspettarsi nulla in cambio, spesso associato all’amore divino o alla carità cristiana.
Philia: l’amore fraterno, l’amicizia, l’affetto tra pari. È un amore basato sulla reciprocità e sul rispetto.
Storge: l’amore familiare, legato ai legami di sangue e all’affetto naturale, come quello tra genitori e figli.
- Origine sanscrita
Nella tradizione indiana, l’amore è un concetto centrale, espresso attraverso diverse parole:
Kama: l’amore sensuale, il desiderio, la passione. È uno dei quattro scopi della vita umana (Purushartha) nella filosofia indù.
Prema: l’amore puro, disinteressato, spesso associato all’amore divino o all’amore tra anime gemelle.
Bhakti: l’amore devozionale, la dedizione totale a Dio, tipica delle pratiche spirituali indiane.
- Origine germanica
Nelle lingue germaniche, la parola “amore” ha radici antiche:
Liebe (tedesco) e Love (inglese) derivano dalla radice proto-germanica lubō, che significa desiderio o affetto. Questa radice è legata a concetti di attrazione, cura e legame emotivo.
- Origine araba
Nella lingua araba, l’amore è espresso con diverse parole, ognuna con una sfumatura diversa:
Hubb: l’amore generico, affettuoso, che può essere rivolto a persone, cose o idee.
Ishq: l’amore passionale, intenso, spesso associato a un sentimento profondo e travolgente.
Mahabbah: l’amore compassionevole, gentile, spesso usato in contesti spirituali o religiosi.
- Origine ebraica
Nella lingua ebraica, la parola Ahavah esprime l’amore in senso ampio, sia umano che divino. È un amore che include affetto, cura e dedizione, ed è spesso associato all’amore di Dio per l’umanità e all’amore tra le persone.
- Origine giapponese
In giapponese, l’amore è espresso con due parole principali:
Ai: l’amore profondo, universale, che può essere rivolto a una persona, a un ideale o a un principio.
Koi: l’amore romantico, passionale, spesso associato al desiderio e all’innamoramento.
- Origine slava
Nelle lingue slave, come il serbo-croato, la parola Ljubav esprime l’amore in senso ampio, sia romantico che fraterno o spirituale.
Le varie etimologie ci mostrano quanto questo sentimento sia universale e, al tempo stesso, profondamente radicato nelle diverse culture e tradizioni. Ogni lingua, ogni cultura, ha cercato di catturare le infinite sfumature dell’amore, dimostrando che è un’esperienza umana fondamentale, capace di unire, ispirare e trasformare. Che sia passionale, fraterno, spirituale o universale, l’amore rimane una forza potente, che trascende le parole e tocca il cuore di ogni essere umano.
6. “In me oritur”
L’espressione “in me oritur” (che in latino significa “nasce in me”) è una suggestiva interpretazione etimologica della parola “amore” che, sebbene non sia storicamente accettata dalla maggioranza studiosi di linguistica, offre una prospettiva profonda sul significato di questo sentimento. Questa radice, proposta da rari autori, può essere vista come un modo per esplorare l’amore non solo come un’emozione, ma come un fenomeno interiore, qualcosa che nasce dentro di noi e si espande verso l’esterno.
L’idea che l’amore “nasce in me” ci invita a riflettere sull’origine di questo sentimento.
Non è qualcosa che è stimolato da fuori o riceviamo dall’esterno, ma qualcosa che sgorga dal nostro essere più profondo. È un’energia che nasce dentro di noi, come una sorgente che non si esaurisce mai, e che si riversa nel mondo attraverso le nostre azioni, le nostre parole, i nostri gesti. Questo concetto ci ricorda che l’amore non dipende dagli altri, ma è una forza che portiamo dentro di noi, pronta a essere coltivata e condivisa.
Se l’amore “nasce in me”, allora è anche un atto di creazione.
Non è passivo, ma attivo.
Non è qualcosa che ci capita, ma qualcosa che scegliamo.
In questo senso, l’amore diventa un’espressione della nostra Essenza, un modo per dire al mondo: “Io sono qui, e scelgo di amare”.
È un atto di coraggio, di apertura, di fiducia nella vita e negli altri.
L’espressione “in me oritur” suggerisce anche che l’amore è un ponte tra il nostro mondo interiore e il mondo esteriore. Nasce dentro di noi, ma si manifesta attraverso le relazioni, attraverso il contatto con gli altri, attraverso la capacità di donare e ricevere. È un flusso che parte dal cuore e si espande, creando connessioni, costruendo legami, trasformando il mondo intorno a noi.
Se l’amore nasce in noi, allora ha il potere di trasformarci.
Non è solo un sentimento, ma un processo di crescita, di evoluzione, di scoperta di sé, e di conoscenza in generale. Quando permettiamo all’amore di sorgere dentro di noi, iniziamo a vedere il mondo con occhi diversi: più aperti, più compassionevoli, più generosi. L’amore diventa una forza che ci guida, che ci spinge a superare i nostri limiti, a diventare migliori.
Questa interpretazione ci porta anche a riflettere sull’amore come un fenomeno universale.
Se l’amore nasce in ciascuno di noi, allora è qualcosa che ci unisce, che ci rende simili, che ci ricorda la nostra comune umanità. Non importa chi siamo, da dove veniamo, quali siano le nostre differenze: l’amore è una lingua che tutti possiamo parlare, una forza che tutti possiamo condividere.
L’espressione “in me oritur”, pur non avendo una base etimologica condivisa, ci offre una visione poetica e profonda dell’amore. Ci ricorda che l’amore non è qualcosa di esterno, ma qualcosa che nasce dentro di noi, come una sorgente inesauribile.
È un atto di creazione, un ponte tra interno ed esterno, una forza trasformativa che ci guida verso la crescita e la connessione con gli altri. E, soprattutto, ci ricorda che l’amore è una scelta: scegliere di far nascere l’amore in noi, ogni giorno, in ogni momento, è il più grande dono che possiamo fare a noi stessi e al mondo.
7. L’amore sorgivo
L’amore sorgivo non si cerca come si cerca un oggetto smarrito: si entra in esso. Ma attenzione: non si tratta di imparare ad “amare sé stessi“. Quella è ancora dualità. Se c’è una parte che ama e una che è amata, sei ancora diviso. E l’essere umano è chiamato a superare ogni dualismo. La coscienza unifica, dissolve la separazione, ricompone l’Uno.
Ciò che puoi – e devi – amare all’inizio è la ricerca di te stesso.
Deve intrigarti, perseguitarti, non lasciarti dormire.
Comprendere chi sei davvero, al di là di ogni ruolo, maschera o personaggio, diventa la tua più alta ossessione. Solo così si entra nel flusso dell’Essere, e da lì sgorga l’amore sorgivo: come dono, come rivelazione, come trasformazione.
Chi lo cerca lo fa per fame di verità.
Non per guarire una ferita, ma per smascherare l’illusione.
È un atto di disobbedienza al sentimentalismo prefabbricato.
È un cammino in salita verso la nudità interiore, dove l’amore non è un premio, ma una conseguenza dell’essere veri.
L’amore sorgivo nasce come effetto del tuo contatto con il Progetto di Natura.
Quando ti liberi dal bisogno di piacere e dal terrore di essere solo.
Quando smetti di costruire relazioni e inizi a incarnare verità.
Non nasce perché incontri qualcuno: si manifesta attraverso ciò che sei diventato.
L’altro non è mai lo stimolo, né la motivazione, né la soluzione.
È al massimo uno specchio, un testimone, un complice.
L’amore sorgivo si rivela quando smetti di dividerti e ti lasci attraversare.
Quando ti abbandoni tra le braccia dell’Essere, e lì vieni trasformato.
È esperienza limite, irripetibile, indicibile.
Chi lo prova, lo sa. Gli altri possono solo immaginare.
L’amore sorgivo non serve a completarti, ma a rivelarti.
È ciò che rende possibile la comprensione interiore, la creazione autentica, l’ascolto dell’ignoto. Dove non c’è amore, c’è ripetizione sterile, prigione emotiva, immaturità.
Il male d’amore, al contrario, è spiegabile. È la conseguenza della scelta di non crescere, di restare nella matrix emotiva inculcata, fatta di bisogni, di aspettative, di dipendenza.
L’amore sorgivo non consola: brucia.
Non gratifica: trasfigura.
Non ti rende felice: ti rende intero.
Amerai tutto ciò che ti porterà verso te stesso e la tua realizzazione.
Quello che invece ti ostacolerà, per lui nutrirai compassione. Non ci sarà odio, non ci sarà guerra, ma comprensione profonda. Perché la compassione non nasce dalla divisione, ma dalla visione. È il riconoscimento del dolore dell’altro, ma senza fusione, senza annullamento, senza dispiacere. Non starai male perché l’altro non riesce a comprendere. Quella è la sua via, la sua strada e NON DEVI ASSOLUTAMENTE PRIVARLO DI QUELL’ESPERIENZA DOLOROSA. Per lui è necessaria, altrimenti lo condanni eternamente a stare male. Mai sostituirsi, ma al massimo essere da esempio, parlare per metafore sempre molto ponderate e facendo attenzione che la loro complessità possa essere compresa. Altrimenti è meglio un sacro silenzio, oppure, se interpellati, un accenno, un sorriso, un gesto amorevole.
Mai dare consigli del tipo: “Io se fossi in te farei, direi, proverei, cercherei,…”.
Non serve a niente e ti crei dei nemici inutilmente.
L’amore sorgivo è fuoco, la compassione è luce.
Il primo trasforma, la seconda illumina.
Solo chi ha smesso di mentirsi può ricevere questo amore.
Solo chi ha rinunciato alla finzione di essere amabile può diventare fuoco.
Non c’è calcolo, né tecnica. L’investimento è totale. Chi sceglie questa via ha già attraversato il deserto della solitudine radicale, ha già seppellito i propri ruoli. È nudo davanti all’Essere. È pronto a essere ciò che è.
Non è amore per coppie felici (che non esistono).
Non è balsamo per relazioni tossiche.
Non è amore per relazioni da copione.
È un fiume per chi ha spezzato le catene della rappresentazione.
Per chi ha smesso di cercare amore e ha cominciato a essere amore.
È per chi vuole scomparire dentro la propria verità, per chi non cerca una storia, ma una soglia.
Non esistono “coppie” nell’amore sorgivo.
Una coppia è un costrutto sociale basato sull’uguaglianza apparente, sulla simmetria forzata.
Due persone vere, che decidono di camminare insieme, non formano mai una coppia: formano una sinergia. Ognuno con le sue verità, le sue differenze, le sue capacità.
Entrambi devono contribuire al progetto di ciascuno, sostenendosi in una tensione dinamica, viva, evolutiva.
Nessun sacrificio.
Nessuna rinuncia.
Nessuna perdita.
È amore che non fa differenze: il partner, il bambino, il cane, l’alba — tutto viene attraversato con la stessa intensità. Non ami più questo o quello. Ami, perché sei amore. E soprattutto: perché sei te stesso. E finché non sai chi sei, amare ti è tecnicamente impossibile. Ogni tentativo sarà una caricatura, una dipendenza, una recita penosa.
L’amore mainstream è una finzione socialmente utile.
È una coreografia prevedibile. Ha regole, tappe, ruoli, foto da condividere. È programmato, codificato, narrato. È parte della matrix emotiva che mantiene gli esseri umani nella paralisi.
L’amore sorgivo è anarchico, selvaggio, indomito, non replicabile.
È presenza pura. Non ha oggetto: è uno stato dell’Essere.
Non costruisce coppie: apre varchi.
Non offre rassicurazione: offre verità.
E la verità, quasi sempre, brucia.
Raccontare cos’è l’amore sorgivo è impresa impossibile. Solo chi lo vive, lo sa. Gli altri, possono soltanto illudersi. Provare per credere.
8. Amore sorgivo e amore autentico: due volti della stessa forza
L’amore sorgivo è il principio generatore, la fonte invisibile che nasce quando l’individuo ha incontrato sé stesso nella sua verità più profonda. Non si rivolge a un oggetto specifico, non dipende dalla presenza di un partner, non si alimenta di promesse o aspettative: è pura emanazione dell’Essere. In questo stato, l’amore non è sentimento né emozione passeggera, ma condizione ontologica. Non si ama qualcuno: si è amore. Questa energia può manifestarsi nella contemplazione della natura, nello stupore di fronte a un’opera d’arte, nel silenzio interiore che riconosce la vita in ogni sua forma. È ciò che Krishnamurti intendeva quando affermava che l’amore è uno stato di libertà assoluta, non condizionato dal desiderio di possesso o dal bisogno di conferme. È anche quanto intuiva Platone, quando parlava dell’eros come tensione verso il bello e il vero, una forza capace di sollevare l’anima oltre la materialità dei rapporti.
L’amore autentico è il volto relazionale di questa stessa forza.
Quando l’amore sorgivo, che non ha oggetto, viene calato dentro una relazione concreta, si trasforma in amore autentico. Non si tratta di un nuovo tipo di amore, ma della stessa energia che, entrando nel vincolo con un “tu”, prende forma e struttura. Qui entrano in gioco elementi come la cura, la responsabilità e la reciprocità, che Erich Fromm, in “L’arte di amare”, ha descritto come caratteristiche essenziali di un amore maturo. L’autenticità non è il punto di partenza, ma la conseguenza di un lavoro interiore: non si può amare in modo autentico se prima non si è entrati in contatto con la sorgente interiore da cui l’amore sgorga. Per questo motivo, chi cerca direttamente “l’amore autentico” rischia di cadere nell’illusione: senza radici nell’amore sorgivo, l’autenticità diventa solo una maschera ben confezionata, spesso confusa con la sincerità momentanea o con l’impegno a lungo termine.
L’amore autentico ha dunque bisogno della relazione per manifestarsi, perché richiede un terreno concreto, fatto di gesti, parole e scelte, in cui la forza sorgiva si incarni. È un amore che dice: “io sono amore, e in questa relazione scelgo di esprimerlo”. Ma non è possesso, non è sacrificio, non è fusione regressiva. È incontro tra due soggetti liberi, ognuno dei quali ha già scoperto la propria sorgente interiore. In questo senso, l’amore autentico non nasce mai dall’incompletezza, bensì dall’abbondanza. Si dona senza paura di perdere, perché ciò che viene dato non è tolto a chi lo offre, ma moltiplicato in chi lo riceve. È ciò che Martin Buber chiamava la relazione “Io-Tu”: un incontro che trascende la dimensione utilitaristica e apre alla rivelazione del divino nell’altro.
Comprendere la sequenza è fondamentale: prima c’è l’amore sorgivo, senza oggetto, che rappresenta lo stato dell’Essere. Solo in un secondo momento, se il soggetto desidera calarlo in una relazione, questo diventa amore autentico, cioè amore relazionale, in cui la sorgente si traduce in cura e responsabilità verso un altro individuo. Senza la sorgente, l’autenticità è fragile, rischia di scivolare nei compromessi, nelle dipendenze, negli schemi culturali di coppia. Con la sorgente, invece, la relazione diventa occasione di espansione e di crescita reciproca. Non più prigione o rifugio, ma spazio sacro in cui entrambi i soggetti possono evolvere, sostenendosi e amplificandosi.
L’amore sorgivo e l’amore autentico non sono quindi due forme distinte, ma due stadi di una stessa dinamica: il primo è la radice invisibile, il secondo è il fiore che sboccia nel giardino della relazione. Laddove la dipendenza affettiva incatena e il falso amore illude, il sorgivo libera e l’autentico realizza. È qui che la vita si fa davvero piena: non quando cerchiamo qualcuno per riempire un vuoto, ma quando permettiamo alla sorgente interiore di fiorire dentro un incontro reale, rispettoso e vitale.
9. Non è mai abbastanza vs. è sempre troppo
Chi ama nella vibrazione dell’amore sorgivo porta dentro sé una strana nostalgia: quella di non aver mai dato abbastanza. Non perché sia mancato qualcosa, ma perché il cuore, colmo e trasbordante, sente che avrebbe potuto espandersi ancora, toccare più profondamente, accarezzare con maggiore presenza, incarnarsi con più radicalità.
È la nostalgia dell’abbondanza.
Questo amore non ha misura, non conosce il bilancio delle emozioni, non pesa i gesti.
È un fiume che non sa quanta acqua ha versato, ma si chiede se poteva arrivare più lontano.
Non vive nel rimpianto, ma in un eterno slancio verso l’oltre.
È un amore che non si esaurisce nel dare, perché dando si rinnova.
La sua ferita, se esiste, è quella di non essere riuscito a donare tutto il possibile, di non aver avuto più tempo, più occhi, più conoscenza per farsi ancora più verità.
Chi invece ama secondo i dettami dell’amore mediatico, del romanzo sentimentale, delle serie TV, della cultura del sacrificio e del possesso, quasi sempre afferma l’opposto: “Ho dato troppo“, “Mi sono esposto troppo“, “Ho amato più di quanto dovevo“.
In questa visione l’amore è merce di scambio, bilanciamento di ruoli e concessioni. È un amore che si misura, che si conta, che si teme.
È la patologia della carenza.
In questa logica, ogni gesto è un investimento da cui si pretende un ritorno.
L’amore non è abbondanza che trabocca, ma calcolo emotivo, protezione del sé.
Si ama finché conviene.
Si dà finché non fa male. E quando fa male, si dice che si è dato troppo.
In verità, chi sente di aver dato troppo non ha mai amato davvero — ha negoziato.
Ha barattato affetto per accettazione, attenzioni per sicurezza, esposizione per controllo.
E quando l’equilibrio si rompe, l’ego si ritira e accusa: “Ecco, ho sbagliato ad amare tanto“.
Ma l’amore sorgivo non conosce il concetto di errore, perché non parte da una strategia. È puro, arcaico, primordiale.
E quando finisce, se finisce, lascia solo una domanda: “Avrei potuto amare di più?”
E chi se la pone, è già più vicino all’Essere.
10. Soffrire per amore è una scelta
Soffrire per motivi di cuore è un segnale potente, un messaggio che arriva dalla nostra anima per dirci che qualcosa dentro di noi ha bisogno di attenzione.
Non è un errore nel senso di una colpa, ma è un’indicazione che abbiamo investito la nostra energia e la nostra intelligenza in qualcosa che non ci nutre, che non ci rispecchia, che non ci fa crescere.
È come se avessimo piantato un albero in un terreno sbagliato, e ora ci chiediamo perché non dia frutti.
La sofferenza, in questo senso, non è una punizione, ma un’opportunità: ci sta dicendo che è il momento di fermarci, di guardarci dentro, di capire cosa stiamo cercando davvero. Quando soffriamo per amore, spesso è per ignoranza, pigrizia e ignavia.
Perché abbiamo confuso l’amore con qualcos’altro.
Abbiamo creduto che l’altro potesse colmare un vuoto dentro di noi, che potesse darci ciò che non siamo riusciti a darci da soli.
È la nostra carenza interiore che si è fatta sentire, gridando per essere vista, ascoltata, curata.
Questa carenza interiore non è un difetto, non è qualcosa di cui dobbiamo vergognarci. È semplicemente una parte di noi che ha bisogno di amore, di attenzione, di cura, che solo noi possiamo e dobbiamo darle. Qualunque sia la sua origine, questa carenza non può essere colmata da qualcun altro.
Nessuno, per quanto amorevole, per quanto presente, può farlo al posto nostro. Perché è una ferita che appartiene a noi, e solo noi abbiamo il potere di guarirla.
Ecco perché soffrire per amore è un’opportunità.
È un invito a guardarci dentro, a chiederci: “Cosa sto cercando davvero? Cosa mi manca? Cosa ho bisogno di dare a me stesso?”. È un invito a smettere di cercare fuori ciò che possiamo trovare solo dentro. A smettere di investire la nostra energia in relazioni che non ci nutrono, ma che ci prosciugano. A smettere di credere che l’amore sia qualcosa che ci viene dato, e iniziare a capire che l’amore è qualcosa che nasce da noi, che cresce in noi, che si irradia da noi.
Colmare questa carenza interiore non è un processo immediato.
Richiede tempo, pazienza, coraggio. Richiede di guardare in faccia le nostre paure, le nostre insicurezze, le nostre ferite.
Richiede di imparare ad amarci, ad accettarci, a prenderci cura di noi stessi. Ma è un viaggio che vale la pena fare. Perché quando iniziamo a colmare questa carenza, quando iniziamo a nutrirci di autentico amore per noi stessi, tutto cambia. Non abbiamo più bisogno di cercare l’amore fuori, perché lo portiamo già dentro. E da questo luogo di pienezza, possiamo finalmente costruire relazioni sane, autentiche, nutrienti.
Relazioni che non ci fanno soffrire, ma ci fanno crescere.
Relazioni che non ci fanno sentire vuoti, ma ci fanno sentire vivi.
Perché l’amore vero non è qualcosa che si cerca: è qualcosa che si è. E quando lo siamo, quando lo viviamo dentro di noi, la sofferenza perde il suo potere. Non perché non ci siano più difficoltà, delusioni o distacchi, ma perché abbiamo imparato a non identificarci con essi. Abbiamo imparato che l’amore non è fuori, ma dentro. E che, alla fine, l’unico amore che davvero conta è quello che abbiamo per noi stessi. Tutto il resto è un riflesso, un’eco, una condivisione.
Ma la fonte, la radice, la luce, siamo noi.
Mancata conoscenza di sé stessi
Le sofferenze amorose derivano sempre dagli stessi fraintendimenti, da quelle incomprensioni fondamentali che continuano a farci soffrire. La prima e più essenziale è la mancanza di conoscenza di sé stessi: senza questa consapevolezza, navighiamo nell’oscurità, affidandoci al caso e all’illusione. Siamo spesso ignari dei meccanismi ingannevoli che regolano l’attrazione amorosa.
Ci illudiamo che quel desiderio indefinito, quella sensazione di vuoto che ci tormenta costantemente, sia la spinta giusta per avvicinarci agli altri. In realtà, quel “vuoto” è il riflesso di una separazione molto più profonda: la scissione esistenziale che sperimentiamo sin dalla nascita, quando veniamo separati dalla nostra Essenza più autentica, dalla nostra verità interiore.
Al posto di questa verità, troviamo condizionamenti sociali, traumi irrisolti, complessi e manipolazioni psichiche e psicologiche che ci accompagnano costantemente.
So che queste parole le ho ripetute molte volte nel corso dei miei scritti, ma ti assicuro per esperienza che non è mai abbastanza. Nessuno ti dice queste cose, nessuno ravvisa questi pericoli, poiché la grande maggioranza di soggetti che scrivono, insegnano e parlano di queste cose, consciamente o inconsciamente, fanno il gioco del potere.
Queste interferenze distorcono il nostro modo di percepire l’amore e ci spingono a credere che la soluzione risieda in qualcun altro. Così, commettiamo l’errore di cercare all’esterno ciò che dovrebbe provenire dal nostro inconscio, dalla nostra interiorità più profonda e autentica.
Quando affidiamo ad un’altra persona il compito impossibile di riempire questo vuoto, la relazione diventa fragile, instabile, destinata a generare sofferenza. Nel momento in cui il rapporto termina, o quando il partner ci delude, ci ferisce o semplicemente si allontana, restiamo privi di difese. I nostri confini emotivi, già compromessi, vengono violati ancora più profondamente e il dolore raggiunge le radici stesse del nostro essere.
11. La dipendenza affettiva
Rappresenta la negazione più radicale di ciò che definiamo amore sorgivo e amore autentico. Là dove l’amore sorgivo si fonda su una condizione di pienezza interiore e libertà, e l’amore autentico incanala tutto questo in un rapporto amoroso, la dipendenza affettiva nasce da un vuoto che chiede disperatamente di essere colmato. Chi ne soffre non sceglie liberamente di amare, ma reagisce a un bisogno compulsivo: teme la solitudine, vive nel terrore dell’abbandono e misura costantemente il proprio valore attraverso lo sguardo e le conferme dell’altro. In questo schema, l’altro non è più un compagno di viaggio con cui condividere un cammino, ma diventa una sorta di “sostanza” indispensabile, una droga emotiva senza la quale ci si sente persi, smarriti, privi di senso. Non è un caso che Pia Mellody, una delle prime studiose della “love addiction”, abbia descritto la dipendenza affettiva come un processo che replica in tutto e per tutto le dinamiche della tossicodipendenza, con i medesimi sintomi di craving, astinenza e perdita di controllo.
La psicologia classica ha individuato le radici di questa condizione nelle ferite infantili. Secondo Bowlby, teorico dell’attaccamento, chi non ha sperimentato da bambino una base sicura, fatta di affetto stabile e riconoscimento autentico, tenderà da adulto a cercare disperatamente nell’altro quella fonte di protezione mai interiorizzata. Allo stesso modo, Erich Fromm, in “L’arte di amare”, avvertiva che l’amore maturo è possibile solo quando l’individuo ha conquistato autonomia e forza interiore: diversamente, ciò che chiamiamo amore non è che un bisogno patologico di possesso e fusione, destinato a generare sofferenza. Carl Gustav Jung, dal canto suo, avrebbe parlato dell’attivazione di complessi inconsci: antichi nuclei emotivi, spesso legati a traumi di abbandono o di rifiuto, che si riaccendono nelle relazioni adulte e spingono a ripetere schemi distruttivi pur di non affrontare il dolore originario.
L’amore sorgivo e l’amore autentico, al contrario sono forze che non nascono dalla mancanza ma dall’abbondanza. Non hanno necessità di catene né di conferme, perché traboccano da chi ha già incontrato sé stesso.
Chi vive la dipendenza affettiva confonde il tormento con la passione, il sacrificio con la dedizione, la paura con il sentimento. Ma tutto questo non è amore: è solo il frutto di una carenza interiore mai riconosciuta. L’amore sorgivo, invece, non chiede all’altro di colmare i propri vuoti, ma si offre come traboccamento di un sé che ha trovato radicamento e coerenza con il proprio principio di vita.
Capire questa differenza è decisivo. Molte delle sofferenze che attribuiamo all’“amore” non sono altro che il risultato della dipendenza affettiva, e il primo passo verso la liberazione è chiamare le cose con il loro nome. Solo quando smettiamo di aggrapparci all’altro come se fosse la nostra salvezza e impariamo a riconoscerci come esseri completi, l’amore può diventare un’esperienza trasformativa. Da una parte c’è l’amore che incatena, che divora e spegne: dall’altra l’amore che libera, che moltiplica l’energia e la restituisce al mondo. Come scriveva Krishnamurti, “quando sei consapevole di essere solo, non sei più solo” – perché hai trovato in te la sorgente di ciò che cercavi fuori. È in questa svolta interiore che il dolore smette di essere una condanna e diventa guida, apertura, forza creativa. La dipendenza affettiva imprigiona, l’amore sorgivo emancipa: riconoscere la differenza è il fondamento di ogni cammino autentico verso la verità dell’anima.
12. Il plesso solare
Il dolore che si prova al plesso solare quando soffriamo per amore non è affatto un caso: questo punto centrale del nostro corpo rappresenta un fulcro di enorme potere energetico, affettivo e spirituale. Proprio in questo luogo, secondo l’antica tradizione indiana e la psicologia orientale, risiede Manipura, il chakra solare, chiamato anche il “centro del potere personale”. Questo punto, così sensibile, racchiude l’Essenza della nostra identità profonda, l’autostima, la volontà e soprattutto il nostro senso di appartenenza emotiva.
Quando l’amore viene ferito, e con esso la nostra percezione di valore personale, il plesso solare reagisce istantaneamente, facendoci provare quella sofferenza intensa e lacerante che molti descrivono come un pugno nello stomaco.
Secondo Caroline Myss, autrice di fama internazionale e studiosa del rapporto tra energia e psiche, nel suo libro “Anatomia dello spirito”, il terzo chakra è strettamente connesso al nostro modo di percepire noi stessi nelle relazioni, alla gestione del potere personale e ai rapporti con gli altri.
Quando amiamo profondamente, tendiamo naturalmente ad aprire questo spazio interiore, affidando inconsciamente all’altro una parte importante della nostra energia vitale e della nostra identità. Ecco perché un abbandono, un tradimento o anche solo un’incomprensione dolorosa si percepiscono con una forza così intensa proprio lì, al centro del corpo.
Anche la ricerca scientifica conferma indirettamente questa connessione simbolica: studi recenti, come quelli condotti dal neuroscienziato Matthew Lieberman dell’Università della California, riportati nel suo libro “Social: Perché il nostro cervello è programmato per connettersi”, mostrano chiaramente che il dolore emotivo e il dolore fisico vengono processati in aree cerebrali sovrapponibili, come la corteccia cingolata anteriore. Questo suggerisce una base fisiologica e neurologica a quello che la tradizione orientale e spirituale sostiene da millenni: le ferite d’amore non sono solo immaginarie, bensì concrete, tangibili, reali.
Carl Gustav Jung, padre della psicologia analitica, era profondamente consapevole di come corpo e anima fossero legati simbolicamente, definendo questo tipo di esperienze dolorose come messaggi che ci invitano a guardare dentro di noi e affrontare ciò che non vogliamo vedere. Jung affermava spesso che il dolore affettivo, specialmente quello che coinvolge i centri corporei simbolici come il plesso solare, è una chiamata a trasformare le nostre relazioni non solo con gli altri, ma soprattutto con noi stessi. Questo dolore non vuole punirci, ma illuminarci su ciò che ancora non comprendiamo e non vogliamo accettare di noi stessi.
Anodea Judith, nel libro “Wheels of Life”, parla del plesso solare come del “fuoco interno”, il luogo della trasformazione personale e della forza emotiva. Se questo fuoco viene alimentato dall’amore autentico, allora ci sentiamo pieni, vitali e forti. Ma quando tale equilibrio viene turbato, quel fuoco diventa improvvisamente distruttivo, ustionante, difficile da sopportare. Ecco perché, quando il nostro amore non viene accolto o viene tradito, percepiamo una devastante sensazione di svuotamento, di perdita di energia, come se quel fuoco interiore fosse improvvisamente spento o, al contrario, in preda a un incendio incontrollabile.
Noi siamo responsabili delle pene d’amore
Ma se questo dolore è tanto intenso e insopportabile, è proprio perché il nostro essere sa che l’amore è essenziale per la nostra crescita evolutiva. È il modo più potente che l’anima possiede per farci fermare, riflettere e riprendere contatto con il nostro “vero sé”. Così, la prossima volta che proviamo quel dolore lacerante al centro del corpo, ricordiamo che ciò che sentiamo non è un caso né un difetto, ma il linguaggio più autentico e diretto con cui la nostra anima ci invita a recuperare il nostro equilibrio interiore, la nostra dignità e la consapevolezza del nostro valore personale. È proprio lì, in quel punto dolorante e apparentemente fragile, che risiede anche la chiave per la nostra rinascita più autentica e profonda.
Attenzione! La responsabilità del dolore che proviamo al plesso solare non è mai realmente del partner, ma soltanto nostra. È semplice e comodo dare la colpa all’altro, affermando di essere stati feriti, traditi, abbandonati, ma la verità è molto più sottile e profonda: il dolore arriva perché abbiamo scelto, consapevolmente o meno, di cercare un amore facile, immediato, socialmente accettato e apparentemente perfetto, piuttosto che affrontare la strada più impegnativa dell’amore autentico, quello che ci porta inevitabilmente ad attraversare dubbi, conflitti, e ad affrontare noi stessi.
Non abbiamo fatto niente per meritarci un amore grande e vero. Soffriamo perché abbiamo affidato al partner la responsabilità della nostra mancanza, evitando così di intraprendere l’unico percorso realmente valido: quello della crescita personale, della scoperta della propria forza interiore, e dell’evoluzione spirituale.
Come sosteneva Erich Fromm ne “L’arte di amare”, l’amore autentico non è una condizione statica o un rifugio sicuro: è un lavoro costante, un’arte che richiede impegno, presenza e soprattutto responsabilità verso sé stessi prima che verso l’altro.
13. L’amore “facile”
Decidere di amare un’altra persona senza aver fatto pulizia interiore, vuol dire cercare un amore “facile”. Allo stesso tempo è anche “facile” relazionarsi con individui che non hanno alcun interesse nella loro e nostra crescita.
Anche andare via da chi pretende impegno e crescita e una soluzione “facile”, mascherata da mille scusanti.
Questo è un “facile” che uccide.
Quando scegliamo l’amore “facile”, entriamo in una relazione guidati dall’illusione che tutto debba fluire naturalmente, senza fatica, senza sfide reali. Così facendo, ignoriamo il vero motivo per cui ci troviamo lì: evolvere, crescere, superare noi stessi. Il dolore del plesso solare è un avvertimento chiaro e deciso, è la voce della nostra anima che ci ricorda che nessuno può riempire quel vuoto se non noi stessi.
Nessuno può sostituirci nella scelta di affrontare le nostre fragilità e paure, di abbandonare l’illusione e avventurarci nel coraggio necessario per diventare individui autentici, consapevoli e completi. Ogni relazione è prima di tutto un’occasione che la vita ci offre per conoscere meglio noi stessi, per incontrare le nostre criticità e superarle. Carl Jung lo ricordava con chiarezza: l’altro è solo uno specchio che riflette ciò che abbiamo dentro e che spesso non vogliamo vedere. Il dolore arriva quando, ignorando questo principio fondamentale, ci illudiamo che l’altro sia il custode del nostro benessere emotivo e spirituale. È proprio allora che il corpo, tramite il plesso solare, ci parla con quel dolore acuto, costringendoci a fermarci e a prendere finalmente in mano la nostra vita.
Accogliere questa responsabilità personale non è semplice né immediato: è il percorso più difficile, quello che pochi intraprendono davvero. Ma, è anche l’unico percorso realmente disponibile, l’unica strada in grado di condurci verso la libertà autentica, l’amore vero, e la piena realizzazione di noi stessi.
Il più grande augurio che posso fare a una donna è quello di incontrare un uomo che prenda a cuore la sua crescita, il suo avanzamento spirituale, il suo ampliamento di coscienza.
Non per fare un piacere a lui, ma semplicemente perché una persona che si comporta così sa benissimo che è l’unica condizione che permette di vivere serenamente nella gioia di Essere.
Questo anche a costo di perderla o di lasciarla, quando lei non vuole impegnarsi per sé stessa.
Ricordo che in una situazione come questa lui che aveva veramente a cuore il bene di lei, dopo anni passati a insistere di troncare certi schemi familiari regressivi, se ne andò.
Lei lo incolpò di essere stata abbandonata e gli disse che era stato bell0 conoscerlo, ma un grande sollievo perderlo.
Lui non voleva che lei cambiasse perché così (lui) aveva deciso.
Voleva solo che lei raggiungesse la consapevolezza di certi meccanismi dannosi per lei stessa.
Purtroppo, accade spesso che interessarsi veramente all’altro, quasi mai viene compreso in tutta la sua grandiosa bellezza. E, nella certezza di una relazione regressiva se non tanatica, è giustificato lasciare andare le persone dove meglio credono.
Quando soffriamo ricordiamoci che lo abbiamo scelto e deciso noi.